MCFRUT

Ortofrutta, caccia a nuovi consumi

In casa e all’estero occorrono nuove formule: dalle grandi aggregazione alle filiere corte

Il ministro Mario Catania scommette sull’articolo 62 per dare redditività ai produttori. Organizzazioni agricole e cooperative chiedono nuove risorse per andare oltre il 30% di aggregazione del prodotto e aggredire nuovi mercati. Coldiretti punta dritta sul localismo e lancia Fai (Firmata agricoltori italiani), una piattaforma logistica che collegherà i produttori direttamente con la distribuzione per consolidare il made in Italy di (e in) casa nostra.

Alla 29ma edizione di Macfrut non sono mancate le ricette per affrontare un problema chiamato calo dei consumi. Una famiglia italiana su tre ha tagliato gli acquisti nell’ultimo anno: nel 40% dei casi, si tratta di ortofrutta. E sono i giovani a consumarne meno. A tutto danno dei produttori (e dei loro redditi) e dei consumatori (e della loro dieta). Colpa della crisi, ma solo fino a un certo punto perchè la flessione parte da lontano: in 11 anni siamo scivolati da 450 kg/famiglia del 2000 a 347 del 2011 (-23%).

E visto che la spesa annua per l’ortofrutta è rimasta costante (circa 13 miliardi), vuol dire che i prezzi al consumo sono aumentati (+5,8% la frutta e +4,8% gli ortaggi). Purtroppo senza vantaggio per gli agricoltori denunciano Confagricoltura, Cia, Fedagri, Legacoop agroalimentare e Agci-Agrital. La realtà è che in Italia si consuma solo il 25% di quanto prodotto (35 milioni di t/anno, un terzo della plv agricola). Le 460mila imprese spalmate su 880mila ha, soprattutto al Sud (come ricordato da Ersilia Di Tullio responsabile Ufficio sviluppo di Nomisma) dovrebbero dunque guadagnare più spazio all’estero.

Oggi l’orto d’Europa (primato condiviso con la Spagna) esporta per 6,7 miliardi di €/anno. La domanda mondiale, sostenuta dai paesi Bric, non manca essendo passata da 70 a 170 miliardi di dollari in pochi anni. Eppure, l’analisi delle organizzazioni agricole è malinconica: «Nonostante il rilievo quali-quantitativo a livello internazionale, il comparto mostra i segni di una strutturale perdita di competitività, che si evidenzia nell’incapacità di intercettare la domanda proveniente dai nuovi bacini di consumo».

Si può fare qualcosa? A Macfrut ha esordito Mario Guidi, presidente di Confagricoltura suggerendo tre fronti: «Diminuire il costo del lavoro, ridurre le problematiche fitosanitarie create ad arte da altri Paesi, internazionalizzare il nostro prodotto».

Il presidente della Cia Giuseppe Politi ha sollecitato l’aggregazione, in particolare al Sud e, senza mezzi termini, ha sottolineato: «evitiamo di dare risorse a chi prosegue ad andare da solo sul mercato». Anche per Giampaolo Buonfiglio, presidente di Agci-Agrital, la competitività del settore è legata al rafforzamento delle op.

Per il presidente di Fedagri-Confcooperative Maurizio Gardini «il problema dell’ortofrutta è l’equilibrio domanda-offerta. La domanda è concentrata in tutto il mondo». Dunque la vera sfida, più che le barriere fitosanitarie, è quella di rivolgersi ai mercati in modo aggregato. La ricetta è dunque una sola: «Incentivi. Nel nostro Paese non si vedono da 15 anni». E Gardini ricorda che i circa 220 milioni/anno di contributi Ue per i programmi operativi, rappresentano una percentuale molto piccola dell’intero bilancio agricolo dell’Ue». E poi «per essere protagonisti in mercati fortemente globalizzati è necessario portare il prodotto nel minor tempo possibile e con minori costi, sui mercati lontani».

Il presidente di Legacoop Agroalimentare, Giovanni Luppi riprende il filo del mercato interno per sottolineare le cose fatte, le linee di prodotto che vedono protagonisti produttori-trasformatori-gdo cooperativa, «uscendo dalla filosofia di acquistare il prodotto al prezzo più basso per concordare un prezzo equo che consenta a tutti di avere margini di impresa». E anticipa il lancio, a breve, di un marchio congiunto sull’olio di oliva, assieme a Cia.

Il ministro Catania risponde: «Non esiste spazio in questa legislatura per una revisione delle barriere fitosanitarie anche alla luce della normativa europea che sarà varata il prossimo inverno; per quanto riguarda il blocco dell’export di pere e mele verso gli Usa sto stimolando i ministeri Salute, Economia, Esteri: è un lavoro durissimo che riguarda l’intera produzione europea». Pochi infine i soldi per la promozione europea, ma Catania confida nel ministro dell’Economia.

Il rafforzamento dell’offerta è già nei pensieri del ministro: «nei prossimi mesi sarà consolidato il quadro giuridico a sostegno dell’aggregazione dell’offerta e dell’interprofessione, ma dovremmo chiederci perchè in Italia non avanza». E sollecita sul Sud: «Metà dell’ortofrutta italiana è prodotta nel Mezzogiorno dove ci sono condizioni di mercato in un rapporto con il mondo della cooperazione e strumenti di aggregazione imparagonabili a quelli che troviamo qui nell’organizzatissima Emilia-Romagna. Per fare un salto di qualità a tutto il settore, dobbiamo riorganizzare quella parte del mondo produttivo del Paese».

Segue punzecchiatura per la cooperazione «un punto di riferimento importante, tutelato peraltro dalla Costituzione. Vi incoraggio a mantenere le caratteristiche che vi contraddistinguono per non correre il rischio di proseguire nel percorso di omologazione con le imprese private».

Risposta, piccata, di Luppi: «Se le altre imprese hanno come obiettivo quello di pagare meno la materia prima, le cooperative hanno quello di far guadagnare i produttori pagandola meglio. Da noi il lavoro è in regola e di qualità, perché questa è la nostra natura. Se il ministro vorrà riconoscere, valorizzandola, questa diversità, saremo ancora più bravi.

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