INTERPROFESSIONE

Pomodoro, guerra dei numeri al Sud

Per l’industria il calo complessivo è però solo del 15% – De Angelis: la filiera deve collaborare

Guerra dei numeri sui
danni provocati da
«Orobanche», il parassita
nemico numero uno del
pomodoro da industria, di cui
succhia la linfa vitale. Le sue
spore, custodite nel terreno e
silenti anche per 25-30 anni
emergono improvvisamente e
si attaccano alle radici della
pianta, quest’anno avrebbero
colpito il 70% della produzione
di pomodoro compresa nell’areale
tra Foggia e le campagne
di Lucera, a nord, e quelle
di Cerignola, a sud.

Sull’entità del danno alla
produzione complessiva le stime
sono «ballerine». La raccolta
infatti non è ancora completata
– complici i trapianti tardivi
provocati dal maltempo in
fase di semina – e quindi non
vi sono dati di pre-consuntivo,
ma solo stime. Marco Nicastro,
presidente della federazione
nazionale di prodotto di
Confragricoltura nazionale,
parla di un 40% in meno rispetto
al raccolto 2012. Onofrio
Giuliano, presidente di
Confagricoltura Foggia, porta
ad esempio la sua azienda in
agro di Cerignola, arrivando alla
stessa conclusione. Risultato:
la produzione ottenuta sulla
Superficie agricola utilizzata a
pomodoro (14mila ettari anziché
i 20mila preventivati) sfiorerebbe
i 10 milioni di quintali,
rispetto ai 16-18 di media storica,
con una resa per ettaro vicina
ai 600-700 quintali, anziché
800-900. Questo per una mancata
produzione lorda vendibile
di 40 milioni, come si legge
in una interrogazione presentata
alla Regione Puglia.

Anche l’industria fa le sue
stime e parla invece di una contrazione
produttiva vicina al 15
per cento. Con il risultato che,
tenendo conto di tutto il Centro-
Sud (regioni Toscana, Lazio,
Campania, Puglia, Basilicata,
Calabria) il raccolto
2012, pari a 23 milioni di quintali,
sarebbe sceso quest’anno,
secondo Giovanni De Angelis,
direttore di Anicav, «a 20 milioni
di quintali, per effetto non
solo di orobanche, ma anche
del maltempo che ha inciso,
sia sui trapianti, che sul raccolto
».

La flessione produttiva è anche,
e soprattutto, figlia della
decisione di molti produttori di
investire meno nella coltura,
giudicandola poco redditizia.
Come è accaduto per i soci di
Futuragri Spa (60 aziende ortofrutticole
associate, produzione
media 1,5 milioni di quintali
di pomodoro) che quest’anno
vi hanno investito 110 ettari
in meno, passando da 650 a
530 ettari.

«La flessione del 15% –
spiega il presidente, Francesco
De Filippo – è nella minore
Sau investita. L’anno scorso i
soci hanno guadagnato poco e
quindi: meno trapianti, meno
produzione». La resa media è
stata di 900 quintali per ettaro,
e i prezzi di conferimento pari
a 9 centesimi per il tondo e 10
per il lungo.

Cifre a parte, sulla contrazione
produttiva, il problema
«Orobanche» pone interrogativi
decisivi per tutta la filiera.
Lo sanno bene i produttori se
lo stesso Giuliano pone il dubbio
che per combattere il parassita
forse non basterà mettere a
riposo il terreno. «Anche per
4-5 anni – aggiunge Nicastro –
come avvenne in Campania dove
gli scorsi anni la produzione
è stata colpita drasticamente,
favorendo quella pugliese».
Oppure eliminare la terra fino
a 80 centimetri di profondità, o
abbattere totalmente la flora
batterica. In realtà si brancola
nel buio e la ricerca non è ancora
stata in grado di debellare
questo parassita.

Da qui, a immaginare la Capitanata
senza pomodoro, il
passo potrebbe essere breve.
Da Anicav arriva comunque
l’invito a non drammatizzare:
le cause sono anche il maltempo,
non solo «Orobanche» che
monitoravamo da 4-5 anni. Difficoltà
di approvvigionamento
per l’industria ce ne sono state,
ma solo in certi periodi. E il
pomodoro consegnato, a fine
agosto, era al 60% del contrattato.

«Ora – aggiunge De Angelis
– tutta la filiera deve riflettere.
I produttori devono razionalizzare
la coltura, migliorarne
la capacità produttiva, fare la
rotazione e gli investimenti necessari.
E lavorare con noi».

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