ORTICOLTURA

Il Marocco non deve fare paura

Da un confronto tra i costi di produzione del ramato nel Paese nordafricano, Olanda e Italia emerge una differenza di 20 centesimi rispetto alla Sicilia. Il vero competitor potrebbe essere la Turchia

Uno degli argomenti più dibattuti ultimamente sulla stampa e nei convegni specializzati, a proposito del pomodoro da mensa, riguarda la forte concorrenza che eserciterebbero le importazioni dai Paesi del Nord Africa, in particolare dal Marocco, nei confronti della produzione italiana, soprattutto dopo l’avvio nel 2012 dell’accordo di libero scambio, che ha eliminato il 55% dei dazi sui prodotti agricoli in entrata nell’Ue, primo passo verso una liberalizzazione totale degli inter-scambi nell’arco di un decennio.


Questo vale soprattutto per le produzioni mediterranee invernali, tipiche della Sicilia, ma spesso si dimentica di citare anche la crescente concorrenza delle importazioni estive dall’Olanda, soprattutto di pomodoro a grappolo grosso (“ramato”), che da maggio a ottobre invade i mercati del Nord Italia.


Le principali rimostranze dei serricoltori italiani sono dirette, tuttavia, verso la concorrenza “sleale” che eserciterebbero le produzioni marocchine, in quanto possono beneficiare di costi di produzione molto più bassi, grazie soprattutto ai minori costi di manodopera, e in quanto sarebbero costrette a un minore rispetto dei disciplinari fitosanitari europei di produzione.


Sono giustificate le preoccupazioni dei produttori della Penisola? In teoria no: il 65-70% dell’export marocchino arriva in Europa attraverso la Francia (pari a circa 450 milioni di €) e il 20-25% tramite la Spagna (140 milioni di €) , mentre solo un misero 1-3% arriva direttamente in Italia (5 milioni di €). È vero che nella Penisola arrivano pomodori marocchini anche via Perpignan, o addirittura via Rotterdam, ma si tratta sempre di cifre effettivamente poco importanti.


Chi opera quotidianamente sui mercati agricoli, tuttavia, sa benissimo che è sufficiente ai buyers della gdo anche una disponibilità minima di prodotti a prezzi inferiori, per esercitare una forte pressione sui prezzi ai produttori, soprattutto quando operano disuniti e privi delle necessarie informazioni commerciali


Per cercare di capire meglio la fondatezza di queste preoccupazioni si propone un confronto tra i costi di produzione di 4 tipologie di aziende serricole, ubicate nel Nord e nel Sud Italia, con la realtà olandese e marocchina (Tab. 1-4).


Al fine di renderlo più realistico, è stata effettuata una comparazione standardizzata: scegliendo una sola tipologia di pomodoro da mensa, la più diffusa in queste 4 realtà, ovvero il pomodoro “ramato”; confrontando 4 aziende con un elevato livello tecnologico e professionale, dotate di serre di alto volume, coltivazione fuori suolo in substrato (lana di roccia o fibra di cocco) e impianto di riscaldamento a metano, eccetto la serra in Marocco (serra fredda).


Tutte e quattro le aziende erano dotate nella campagna 2011-12 di protocolli di difesa integrata e impollinazione con pronubi (bombi); solo l’azienda siciliana ha utilizzato piante normali, mentre le altre tre hanno trapiantato piante innestate.


Per compensare la diversità di dimensione aziendale e stimare in modo più preciso l’incidenza dei costi fissi, questi ultimi sono stati proporzionati a una dimensione standardizzata di 5 ha coltivati.

Olanda


La realtà per la quale erano disponibili più dati certi di bilancio è stata sicuramente quella olandese. Tutte le serre olandesi, infatti, dispongono di contabilità analitica molto dettagliata, da almeno un ventennio, e di un archivio di dati climatici e commerciali che partono addirittura dagli anni ’60.


L’Olanda dispone sicuramente del sistema serricolo a più elevata tecnologia a livello mondiale, grazie alla quale è in grado di raggiungere rese da primato. Nell’esempio considerato in questo articolo il livello produttivo nel 2012 è stato di 65 kg/m2, superiore alla media nazionale (circa 60 kg/m2), ma comunque inferiore al livello record di alcuni produttori, che si è stabilizzato nell’ultimo quinquennio attorno ai 70-75 kg/m2 (esistono oggi anche serricoltori leader che, grazie all’uso dell’illuminazione artificiale e dell’interplanting, arrivano a sfiorare i 90 kg/m2).


Quando si ha a che fare con serre riscaldate, i due principali costi di produzione sono rappresentati ovviamente dall’energia (termica ed elettrica), che oggi incide dal 35 al 40% sul costo totale, e dalla manodopera.


L’Olanda è ovviamente il Paese con il maggiore costo orario della manodopera (circa 18 €/h, compresi costi sociali), quindi i sericoltori sono obbligati all’adozione di soluzioni altamente tecnologiche e di forti livelli di automazione, per ottimizzarne l’efficienza e per massimizzare le rese (con conseguente riduzione del costo per kg prodotto). Grazie a ciò riescono a contenerne l’incidenza sui costi totali attorno al 25% (il pomodoro ciliegino richiede più manodopera e si arriva al 30-33%), il che rappresenta un costo di circa 0,15-0,16 €/kg.


Nelle tabelle sono state separate le ore dedicate alla cura delle piante (legatura, sfemminellatura, sfogliatura, ecc.) da quelle relative alla raccolta, in quanto queste ultime sono proporzionali alle rese. Nel caso dell’Olanda, inoltre, i due gruppi di operazioni hanno anche un costo orario diverso, in quanto per la raccolta si utilizzano spesso, al sabato e d’estate, studenti delle scuole superiori tra 14 e 18 anni, i quali hanno un costo orario molto più basso degli operai professionali (meno della metà).


Il risultato finale, come si vede nella tabella 1, è un costo di produzione totale di 0,64 €/kg, sul quale i costi variabili pesano per l’88%. Il costo di produzione del ramato in Olanda varia da circa 0,62 a circa 0,78 €/kg, a seconda del livello tecnologico, della dimensione aziendale e delle capacità imprenditoriali.


Se confrontiamo questo costo di produzione con rese attorno ai 65 kg/m2, per un prezzo medio all’origine, senza imballaggio,di 0,82 €/kg, realizzato dall’azienda nel 2012, quindi lo rapportiamo a un investimento di circa 124 €/m2 al 4,7% per 15 anni, otteniamo un tempo di rimborso (payback time) di circa 14 anni.


Prima dell’esplodere della recente crisi internazionale, tale periodo era di circa 7-10 anni, mentre oggi la forte pressione sui prezzi di mercato, associata a un crescente costo di tutti i fattori produttivi, soprattutto energia e lavoro, ha innalzato il payback a circa 15 anni. Aziende meno efficienti hanno bisogno ormai di 20 anni per rientrare dai mutui, mentre solo quelle leader, con un livello produttivo stabilmente sopra i 72-74 kg/m2 riescono a galleggiare decentemente su mercati tanto tempestosi e a ridurre il payback a circa 10 anni.

Nord Italia


Per stimare i costi di produzione nel Nord Italia, a confronto con quelli olandesi, si è scelta una realtà con dimensione e tecnologia simile e, ovviamente, con lo stesso ciclo lungo annuale “estivo”, cioè da gennaio a dicembre.


Nella tabella si possono confrontare così i costi di produzione delle due realtà. Pur avendo un costo orario della manodopera inferiore, la serra italiana ha avuto anche un livello di efficienza inferiore; i due fattori si compensano, per cui l’incidenza del lavoro sul costo totale è stata pure di circa il 25% (pari a 0,15-0,16 €/kg).


Per scaldare la serra si è bruciato meno gas, ma il prezzo di mercato in Italia è maggiore, per cui simile è risultata anche l’incidenza del costo dell’energia (circa 0,25 €/kg).


Alla fine il costo di produzione è stato quindi quasi uguale, ovvero pari a circa 0,63 €/kg, con un’incidenza dei costi variabili altrettanto simile (86% contro 88%). Anche nel Nord Italia il costo di produzione del ramato, in serre con buon livello tecnologico, oscilla tra 0,6 e 0,8 €/kg.


Nonostante una resa assai inferiore rispetto al collega olandese, 51 contro 65 kg/m2, la serra italiana, tuttavia, ha goduto di un prezzo medio di vendita assai superiore: 0,94 contro 0,82 €/kg.


Non c’è da stupirsi e non è un caso eccezionale, anzi è quasi la norma. In Olanda le aziende hanno tutte un livello tecnologico, quindi qualitativo, molto elevati e standardizzati: la competizione è molto accesa. In Italia tali aziende sono assai poche al confronto (parliamo di qualcosa come 100 ha contro 1.000 ha) pertanto, quando riescono a offrire sul mercato del ramato di qualità comparabile, soprattutto di pezzatura grossa (>140 g/frutto), colore rosso intenso e alta consistenza dei frutti, riescono a spuntare mediamente 0,1-0,2 €/kg di più del prodotto olandese.


A queste condizioni di costi, rese e prezzi, una serra tecnologica nel Nord Italia, con un investimento di circa 115 €/m2, al 5,5% in 8 anni, riesce ad avere un payback di soli 8-9 anni. Ciò conferma che un buon prezzo di mercato, ottenuto grazie al livello qualitativo alto e standardizzato, oltre che al buon “nome commerciale” dell’azienda (servizi, confezionamento, affidabilità, ecc.), è oggi più importante delle stesse rese produttive (kg/m2).

Sicilia


Abbiamo quindi analizzato le prestazioni di un’analoga serra tecnologica in Sicilia (alto volume, fuori suolo, riscaldamento, ecc.), anche se non rappresenta la media della realtà locale. Il ciclo è ovviamente diverso e può essere definito come “lungo invernale”, da agosto a giugno (Tab. 3).


Anche in questo caso le due maggiori voci di costo sono risultate energia (circa 35%) e lavoro (circa 25%), con incidenza sul costo totale quasi identica al Nord Italia e all’Olanda. Nonostante il minore uso di gas, infatti, il prezzo unitario è maggiore, così pure il lavoro ha un costo orario inferiore, ma anche l’efficienza lo è, quindi il risultato finale non cambia.


Il costo totale è risultato, alla fine, addirittura superiore (0,67 €/kg). Se si considera che si tratta di un ciclo invernale, un leggero incremento è spiegabile, quindi si può affermare che le 3 realtà analizzate finora hanno avuto costi di produzione molto simili.


Una serra tecnologica in Sicilia richiede un investimento ovviamente inferiore, ma ha pure rese inferiori nel ciclo invernale (33-35 kg/m2), solo in parte compensate da un prezzo medio di vendita leggermente superiore (1 €/kg), in quanto il fattore limitante è la disponibilità di radiazione solare in dicembre-gennaio.


Il risultato finale è un payback di circa 10-12 anni. Serre fredde passive in Sicilia, pur richiedendo investimenti enormemente inferiori, hanno però anche rese, efficienza, qualità e prezzi inferiori, per cui il costo di produzione è alla fine simile e la redditività ovviamente è inferiore. L’unico vantaggio, in tempo di crisi come quella che stiamo attraversando, è che hanno meno da combattere con le banche per le rate dei mutui.


Interessante notare, spulciando tra i vari dati del bilancio, che il fuori suolo costa ormai quasi lo stesso o addirittura meno della coltura in suolo.

Marocco


Veniamo infine al Marocco (Tab. 4). Il livello di radiazione è circa 20-25% superiore alla Sicilia e il clima consente di coltivare ramato di buon livello qualitativo anche senza impianto di riscaldamento. Nonostante ciò, le temperature notturne a gennaio-febbraio possono essere spesso sub-ottimali, per cui le rese del ciclo lungo invernale (agosto-maggio), in genere, non superano i 28-30 kg/m2 (media 22-25 kg/m2).


L’uso di piante innestate e del fuori suolo, soprattutto su fibra di cocco, si stanno diffondendo rapidamente. Si tratta spesso di serre di grande dimensione, gestite da manager marocchini preparati, frequentemente anche da tecnici francesi, per cui il livello qualitativo è buono e in continuo miglioramento. La difesa integrata (insetti e microorganismi utili, impollinazione con bombi, ecc.) è una pratica quasi standard presso i grandi gruppi di produttori.


L’analisi del costo di produzione evidenzia un peso della manodopera effettivamente molto inferiore all’Europa, ma anche la sua efficienza lo è. In ogni caso scende da circa il 25-30% al 14-15% (0,04-0,05 €/kg).


La mancanza di costi per il riscaldamento fa sì che la maggiore incidenza percentuale sul totale sia a carico delle piante innestate (>30%) e dei fertilizzanti (13-14%).


Il costo di produzione totale è di circa 0,33 €/kg nelle serre tecnologiche, in grado di produrre qualità idonea all’esportazione, ma può scendere fino a circa 0,2 €/kg nelle piccole aziende, che però sono escluse dall’export verso l’Europa.


Il costo del denaro è più che doppio rispetto a noi, ma gli investimenti richiesti sono pure inferiori, per cui il payback si riduce a soli 6-7 anni.


Ai fini della valutazione del livello competitivo con il ramato siciliano, tuttavia, occorre considerare che il trasporto dal Marocco verso i nostri mercati del Nord Italia, costa circa 0,18-0,22 €/kg, a fronte di 0,05-0,07 €/kg per il trasporto dalla Sicilia, quindi alla fine il confronto avviene tra circa 0,5-0,55 €/kg contro i nostri 0,7-0,75 €/kg, ovvero il gap è di circa 0,2 €/kg.


Ben più competitivo per l’Italia potrebbe essere il ramato dalla Turchia dove, grazie all’uso di serre tecnologiche riscaldate con acque geotermiche, il costo di produzione scende a soli 0,2 €/kg (a cui c’è comunque da aggiungere sempre 0,2 €/kg di trasporto), a fronte di un livello qualitativo ancora maggiore. Ma per fortuna queste produzioni fino a oggi hanno preso in gran parte la via della Russia o del Nord Europa.

Allegati

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Il Marocco non deve fare paura - Ultima modifica: 2013-06-19T00:00:00+02:00 da Colture Protette
Il Marocco non deve fare paura - Ultima modifica: 2013-06-19T15:51:53+02:00 da Colture Protette

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