COLTIVAZIONI FUORI SUOLO

Orticoltura sotto serra: Scelta obbligata per il futuro

Di fronte a un aumento costante di cibo, questa tecnica rappresenta la soluzione per combinare l’incremento delle rese produttive con la qualità e la sostenibilità ambientale

L'orticoltura in pieno campo e, successivamente,
quella sotto serra, in Italia si sono storicamente sviluppate soprattutto nelle
aree più miti e pianeggianti, ovvero principalmente lungo le coste, in
particolare per ottenere primizie o prodotti fuori stagione.

Per tradizione, anche quando sono arrivati in questo
settore nuovi sistemi di coltivazione ad alta tecnologia (serre in
ferro-plastica di alto volume unitario, impianti di riscaldamento, automatismi
computerizzati per la gestione di clima e nutrizione, tecniche fuori suolo, ecc.),
si è continuato a espandere l'orticoltura protetta in gran parte con gli stessi
criteri con cui era nata parecchi decenni fa.

Questa viene praticata tuttora, infatti, soprattutto
in aziende dotate di strutture serricole con bassa cubatura unitaria (<2,50
m di altezza in gronda), senza impianti di climatizzazione, con colture
tradizionali a terra, che costringono a un uso ripetuto di geodisinfestanti e
antiparassitari.

Negli ultimi trent'anni si sono sempre più affermate a
livello mondiale, nel settore della produzione protetta di ortaggi, nuove
tecniche di coltivazione ad alta efficienza che, per ovviare agli inconvenienti
sopra citati, fanno uso di substrati sterili e di strumenti biologici e
agronomici per il controllo delle malattie.

Le aziende che già adottano le tecniche in fuori suolo
(o idroponica) e di difesa integrata, sono ancora poche, rispetto alla
superficie globale e anche le tipologie impiantistiche spesso non sono ottimali
(serre basse, senza finestre di ventilazione o senza riscaldamento o con
impianti sottodimensionati, ecc.).

Vantaggi tecnici e ambientali

Eppure i vantaggi delle tecniche fuori suolo e
di difesa integrata, adottati per la coltivazione di ortaggi protetti
(pomodoro, peperone, cetriolo, fragola, in particolare), rispetto alle colture
tradizionali a terra, sono notevoli e riassumibili nelle seguenti
considerazioni:

- Considerazioni
di carattere ambientale
: le sempre maggiori restrizioni imposte dalla legislazione
comunitaria rispetto all'uso di fumiganti e disinfestanti del terreno
(necessari nelle colture tradizionali per contrastare sempre più aggressivi
patogeni radicali), e all'uso abbondante di fertilizzanti (necessari per
ripristinare la fertilità del terreno), che tramite percolazione possono
inquinare le falde acquifere, impongono le colture fuori suolo come una delle
poche alternative possibili.

La coltura su substrato inerte, infatti, spinge
spesso gli agricoltori alla piena realizzazione della produzione integrata, che
prevede anche l'impiego di cultivar resistenti o innestate, di mezzi di
prevenzione fisici (reti anti-insetto, impianti di controllo climatico), di
mezzi di lotta biologica (organismi competitivi, predatori, etc.) e, solo
quando indispensabile, della difesa chimica, in ogni caso con l'uso di prodotti
registrati e, tra questi, solo di quelli a più basso impatto ambientale e con
tempi di carenza ridotti.

- Considerazioni
agronomiche
:
le caratteristiche chimico-fisiche dei substrati inerti permettono di
controllare accuratamente la salinità e la concentrazione dei macro- e
micro-elementi, in funzione delle fasi di crescita della pianta e del suo
fabbisogno nutrizionale: ciò consente di ottenere non solo rese superiori, ma
anche ortaggi più uniformi, sia riguardo alla pezzatura che al grado di
maturazione, ma soprattutto frutti più carnosi, con minore contenuto di acqua,
e con maggiore accumulo di zuccheri e sali minerali.

Inoltre, con la regolare somministrazione della
soluzione nutritiva, contenente macro e micro-elementi in proporzioni
equilibrate, si induce una maggiore resistenza alle patologie. La diffusione di
eventuali malattie radicali viene contenuta con maggiore facilità, perché le
patologie rimangono confinate all'interno dei sacchi di substrato, che possono
essere facilmente rimossi.

- Considerazioni
economiche
: come ampiamente dimostrato dall'esperienza italiana delle colture
fuori suolo negli ultimi 10-15 anni, queste permettono di raggiungere elevate
rese unitarie (talvolta fino a 2-3 volte la resa delle colture tradizionali su
terra), specie se accompagnate da scelte impiantistiche e colturali adatte:
serre di elevata cubatura unitaria e dotate di aperture automatizzate al colmo,
riscaldamento ad acqua calda, concimazione carbonica, cicli colturali lunghi
(di 10-12 mesi, ad esempio, con produzione di 35-40 grappoli per pianta di
pomodoro). Tali rese unitarie, accompagnate dalla migliore qualità commerciale,
nonostante i maggiori investimenti necessari per la realizzazione degli
impianti, rispetto alle colture tradizionali, determinano un ben più favorevole
indice di redditività.

Il
perfetto controllo della nutrizione minerale da parte dell'operatore, tramite
soluzioni complete di macro- e micro-elementi, controllo di pH, EC e regime
idrico nella rizosfera, adattabili per composizione e modalità di
somministrazione ad ogni fase fenologica delle colture, permette di
estrinsecare al massimo rese e qualità, purché ovviamente non diventino
limitanti altri fattori.

La
differenza tra le colture fuori suolo e quelle tradizionali è essenzialmente
questa. In condizioni normali, ovvero confrontando una coltura ottimale
tradizionale con una pure ottimale in fuori suolo, il vantaggio per le orticole
vale mediamente il 20% in termini di resa, ma spesso anche di più in termini di
qualità, ovvero di prezzo di vendita (contenuto di sostanza secca, colore,
sapore, consistenza, shelf-life, ecc.).

È evidente, pertanto, che in una struttura serricola
più o meno avanzata le colture senza terra siano oggi una scelta quasi
obbligata. In queste serre ha poco senso anche l'obiezione circa i maggiori
investimenti per passare al fuori suolo. Visto che una simile struttura, per
essere efficiente, dovrebbe disporre di impianti di fertirrigazione e
irrigazione a goccia, anche in presenza di colture tradizionali, l'unica vera
differenza è l'acquisto del substrato, che incide assai poco sul totale
dell'investimento (1-2%).

Per
quanto ottimale e fertile possa essere un terreno, una volta che ci si
costruisce sopra una serra, per massimizzare gli utili dell'investimento, è
praticamente obbligatorio il ricorso alla mono-coltura ripetuta e l'abbandono
delle rotazioni agrarie. Ne consegue, pertanto, che anche il miglior terreno in
brevissimo tempo riduce la sua fertilità, anzi diviene un focolaio ricorrente
di patogeni radicali, che solo pesanti, continui (e costosi) trattamenti di
sterilizzazione possono tenere a bada.

Il
fuori suolo, ben gestito ovviamente, risolve egregiamente questi problemi,
grazie all'adozione di substrati sterili, facilmente sostituibili o trattabili,
in caso di infezioni radicali. Anche in caso di uso pluriennale dei substrati,
la sterilizzazione tra un ciclo e l'altro è molto semplice ed economica e può
essere realizzata con mezzi fisici.

Scarsa imprenditorialità

Non
vi è dubbio che alla base di un rinnovato interesse e sviluppo del fuori suolo,
negli ultimi 2-3 anni, vi sono soprattutto le crescenti limitazioni all'uso dei
geodisinfestanti chimici tradizionali e la mancanza di alternative altrettanto
valide, a parte l'uso di piante innestate.

Purtroppo
l'Italia sconta una diffusa carenza di imprenditorialità nel settore serricolo.
Molti agricoltori, infatti, soprattutto di piccola dimensione, si concentrano
troppo sulle difficoltà iniziali del fuori suolo (scelta e uso del substrato,
preparazione delle soluzioni nutritive, controlli quotidiani di pH, EC e
contenuto idrico, ecc.). Tutto giusto, ovviamente, ma dimenticano il peso e
l'importanza anche degli altri fattori produttivi: scelta della varietà e del
ciclo colturale, in base al clima e obiettivi commerciali dell'azienda;
dimensionamento delle serre, tanto più importante, quanto più “povere” sono le
strutture, esattamente il contrario di quello che si pensa; ottimizzazione
delle tecniche di potatura.

È
tuttora incomprensibile come mai molti coltivatori trovino normale rivolgersi a
un commercialista per l'emissione di una fattura, mentre trovino inutile, o
troppo costoso, rivolgersi a un tecnico specializzato per il calcolo e
adattamento dei piani di fertirrigazione. Per non parlare di quando si tratta
di regolare in continuazione l'equilibrio vegetativo e riproduttivo delle
colture, il loro carico metabolico e l'efficienza della fotosintesi, tramite la
scelta della giusta densità colturale e la potatura verde. Capita, addirittura,
che consigli su questi argomenti, per non parlare dell'addestramento e gestione
della manodopera, vengano presi addirittura con fastidio, se non con ostilità,
quasi che l'agricoltore fosse l'unico depositario di una scienza elitaria.

È
una fortuna per molti serricoltori, quindi, che il fuori suolo ammetta meno ignoranza
circa le conoscenze sul comportamento fisiologico delle colture, ed è
auspicabile che il rinnovato trend di sviluppo possa portare con sé anche una
diffusione più capillare di queste conoscenze, che possono dare grandi
risultati anche con piccoli investimenti.

Per il fabbisogno mondiale di ortofrutta

Una
delle parole più utilizzate ultimamente nei convegni e nella stampa
specializzata in agricoltura è senza dubbio sostenibilità.

In
effetti non potrebbe essere altrimenti: l'umanità passerà in pochi anni dagli
attuali 7 a 9 miliardi di persone e ciò richiederà, tra le varie esigenze di
sviluppo, innanzitutto quella di soddisfare l'aumento esponenziale della
domanda di cibo, quando già una buona parte del genere umano attuale non riesce
a farvi fronte.

Come
se non bastasse, tutto ciò dovrà avvenire in un orizzonte di risorse sempre più
scarse e sempre meno rinnovabili: terreni arabili, acqua dolce per irrigazione,
fertilizzanti di sintesi, energia.

Sostenibilità
significa infatti proprio questo: produrre di più e meglio, ma con minore
consumo di risorse.

Molti
ricercatori, pertanto, concordano tranquillamente sul fatto che il fuori suolo
avrà sicuramente un ruolo fondamentale: permette di aumentare le rese e, nello
stesso tempo, se viene adottato il ciclo chiuso, di minimizzare l'uso di acqua
e fertilizzanti, oltre che di ridurre o quasi azzerare l'inquinamento
ambientale.

La
sua adozione fa crescere professionalmente gli agricoltori, come abbiamo visto,
quindi porta spesso con sé anche l'uso della difesa integrata, ovvero la
riduzione al minimo dell'uso di antiparassitari di sintesi.

Sono
oggi già operativi a livello sperimentale anche sistemi fuori suolo multistrato
(le cosiddette vertical farms), che
permetteranno di massimizzare le rese dei suoli, fatto salvo che dovrà comunque
essere risolto il problema del loro enorme fabbisogno energetico. Costruite
all'interno delle megalopoli del futuro, permetteranno anche una vera
produzione a km zero.

Tale
progresso tecnologico potrà sicuramente risolvere egregiamente il problema
dell'approvvigionamento di ortaggi, in un futuro neanche troppo lontano anche
quello di frutta, mentre molti si chiedono quale potrà essere la soluzione per
le colture estensive a pieno campo, in particolare cereali, che sono e
rimarranno per molto tempo ancora la colonna portante dell'alimentazione umana.

Non
sarà un processo né breve, né facile, visti i volumi impressionanti di cibo da
produrre di cui parliamo, ma i principi del fuori suolo potrebbero trovare
applicazione anche nel garantire la sostenibilità delle colture di pieno campo.

In
Nord Europa, ad esempio, esistono già da alcuni anni interessanti esempi di
colture a pieno campo, in cui l'acqua e i fertilizzanti lisciviati vengono
quasi integralmente recuperati con sistemi di drenaggio tubolare profondo,
sterilizzati con sistemi di filtraggio biologico a sabbia e rimessi in circolo.

La
parola d'ordine della produzione agricola del futuro non potrà essere infatti
che close the loop: chiudere il cerchio
di tutte le risorse impiegate nella produzione di cibo.

* L'autore è del Ceres srl, Società di consulenza in Agricoltura

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