ORTICOLTURA

Peperone, tecnica agronomica per un risultato di qualità

Gli accorgimenti tecnici per produzioni eccellenti messi in atto nelle aree vocate della Campania: Terra di Lavoro,agro Nocerino-Sarnese e Piana del Sele

La scelta di varietà capaci di garantire ottime rese e qualità, rotazioni adeguate per prevenire la stanchezza del terreno, la solarizzazione per una geodisinfestazione sostenibile, il ricorso al Bacillus thuringiensis contro i lepidotteri e il lancio d’insetti utili per combattere afidi, tripidi e mosca bianca. Sono questi, nell’ambito di una corretta tecnica agronomica complessiva, alcuni degli accorgimenti più utili per coltivare con successo il peperone da mensa in serra, secondo alcuni fra i produttori più competenti per tradizione colturale, dimensioni aziendali e capacità d’innovazione tecnica, attivi nelle aree vocate della Campania: Terra di Lavoro, agro Nocerino-Sarnese e Piana del Sele.

Zone vocate
 
Per Guido Ragozzino, produttore di peperone dal 1990, attualmente su 7 ha, a Francolise (Ce) in serre multiple in ferro-plastica, il primo “segreto” è coltivare il peperone in terreno vocato. «E in quest’angolo della Terra di Lavoro, a Nord-Ovest di Caserta e a pochi chilometri dal mar Tirreno, dove il peperone venne introdotto da accorti agricoltori piemontesi negli anni ’50 del secolo scorso, il terreno è ideale: pianeggiante, di medio impasto e facilmente lavorabile, dotato di fertilità propria che integro ricorrendo ad abbondanti concimazioni organiche a base di letame bovino, utili anche per migliorare la struttura del suolo». Altro terreno vocato per il peperone, come per altre ortive, è quello vulcanico dell’agro Nocerino-Sarnese, osserva Antonio Pagano, presidente della cooperativa “La Rosa Rossa” (15 ha a peperone, suddivisi fra 50 soci, fra Angri, Pagani, San Marzano sul Sarno, San Valentino Torio, Sarno e Scafati, in provincia di Salerno). «La pianura del fiume Sarno è costituita da materiali di origine vulcanica. Perciò i terreni sono molto profondi, soffici, ricchi di sostanza organica e di un’elevata quantità di fosforo assimilabile e di potassio scambiabile. In più questo territorio è molto ricco di sorgenti e di falde a diversa profondità che alimentano i pozzi per uso irriguo e gode di clima mite per la benefica influenza del mare, senza grosse escursioni termiche». Ragozzino, come altri produttori di peperone, cura la salute del terreno anche con previdenti rotazioni: «A ottobre tolgo le piante di peperone, a novembre trapianto lattughe, a maggio preparo il terreno e stendo i film plastici per la solarizzazione, che dura sino alla fine dell’estate, in autunno e inverno coltivo ancora lattughe e al marzo successivo ritorno ai peperoni».

Rotazioni e solarizzazione
 
Rotazioni e solarizzazione aiutano a evitare il fenomeno della “stanchezza” del terreno e a prevenire lo sviluppo di problemi fitosanitari prima controllati con la disinfestazione chimica del terreno, sostiene Pasquale Capezzuto, 20 ha a Francolise. «La rotazione è una tecnica agronomica consolidata da tempo, che noi orticoltori cerchiamo di non trascurare mai. Sottolineo inoltre come la solarizzazione, tecnica di geodisinfestazione sostenibile, di basso impatto economico e ambientale, facilmente applicabile durante la stagione estiva, sia ormai diventata abituale nella coltivazione del peperone e di altre ortive in Campania». Anche Pagano applica rotazioni e solarizzazione nelle serre della sua azienda (1 ha) e spinge i soci della cooperativa a fare altrettanto. «Affinché le rotazioni abbiano effetto, è molto importante legarle alla solarizzazione, una tecnica ormai consolidata, della quale non posso fare a meno.
Sul terreno liberato da tutti i residui della coltura precedente, lavorato e irrigato, stendo i film plastici facendololi aderire bene e interrandone i bordi. Li lascio sino alla fine di settembre, sottoposti all’azione dei raggi del sole. Le alte temperature sviluppate nei primi strati del terreno realizzano un’eccellente sterilizzazione, abbattendo gran parte della carica microbica fitopatogena. Dopo l’allontanamento dei film plastici riprendo a coltivare in condizioni di sanità del terreno: sulle lattughe non si evidenziano quasi più problemi di sclerotinia, causata dai funghi patogeni del terreno Sclerotinia sclerotiorum e Sclerotinia minor, sul peperone i danni da fitoftora (Phytophthora capsici) sono assolutamente trascurabili, mentre i nematodi, altrove autentico terrore delle serre, sono praticamente assenti. Contro afidi e altri insetti mi sono premunito con un’ottima rete antiafidi».

Lotta integrata
 
Oltre ai benefici fitosanitari della solarizzazione i produttori di peperone organizzano la difesa della coltura secondo un attento piano di lotta integrata. «Utilizzo Bacillus thuringiensis contro la piralide (Ostrinia nubilalis) ed effettuo lanci di Orius laevigatus, antocoride predatore, per il controllo del tripide occidentale delle serre (Frankliniella occidentalis) – precisa Ragozzino –. Solo per prevenire gli attacchi di oidio (Leveillula taurica), che causa il disseccamento e la caduta delle foglie e l’arresto dell’accrescimento dei frutti, fino, se l’infezione è molto intensa, alla perdita dell’intero raccolto, eseguo trattamenti chimici, ogni 15-20 giorni».

Nel biologico

L’approccio ecologico di Ragozzino, Capezzuto e Pagano è condiviso da Pietro Caggiano e Giancarlo Mellone, soci dell’Op Idea Natura, la quale coltiva 10 ha a peperone nella Piana del Sele, fra Eboli e Capaccio, di cui 6 ha condotti in biologico. «La gestione della difesa è fondamentale nella coltivazione biologica. È importante soprattutto il controllo degli insetti, poiché i tripidi sono vettore del Tswv e gli afidi del Cmv. Gli strumenti disponibili sono diversi: il ricambio dell’aria con l’attenta gestione delle aperture laterali e frontali, gli oli vegetali, tuttavia non efficacissimi, il ricorso a predatori naturali. Alleviamo afidi su banker plants, dove seminiamo grano: ebbene, gli afidi che attaccano il grano vengono predati dallo stesso parassitoide che attacca gli afidi del peperone, così, quando si verifica l’attacco degli afidi sul peperone, in serra sono già pronti numerosi parassitoidi in grado di predarli. Contro i tripidi effettuiamo lanci di Orius laevigatus; contro la mosca bianca delle serre (Trialeurodes vaporariorum), i cui danni sono causati sia dalle punture trofiche di tutti gli stadi dell’insetto sia dalla produzione di melata, lanci dell’imenottero Encarsia formosa; contro i lepidotteri, cioè la piralide e la nottua (Spodoptera littoralis), ricorriamo al B. thuringiensis, che non sempre però si rivela efficace, soprattutto contro la nottua, che è ubiquitaria, si trova dovunque, anche sull’erba dei fossi, tanto che è pressoché impossibile interromperne il ciclo; contro l’oidio usiamo lo zolfo».

L’arieggiamento
 
Per evitare, infine, attacchi di muffa grigia (Botrytis cinerea) basta l’arieggiamento delle serre già dai primi caldi, aggiunge Ragozzino. «Nelle mie serre, larghe 9 m, alte al colmo 4,5 m e lunghe 80 m, con aperture laterali manuali e apertura al colmo automatizzata, l’adeguata ventilazione allontana l’eccesso di umidità impedendo la formazione del microclima caldo-umido che favorisce lo sviluppo e la diffusione del patogeno». Un’attenzione comune anche a Capezzuto, «le mie serre tunnel sono aperte anteriormente e posteriormente e presentano lateralmente caratteristici “oblò” per il ricambio dell’aria», a Pagano, «non a caso da noi le serre presentano anche un’apertura frontale superiore», a Caggiano e Giancarlo Mellone, anche egli socio dell’Op Idea Natura, il quale osserva che «nelle nostre serre multitunnel in ferro-plastica, ciascuno dei quali è largo 7,2 m e lungo 30-36 m, con altezza in gronda di 2,8 m, privo di apertura al colmo, in estate l’arieggiamento laterale e frontale non è sufficiente. Perciò imbianchiamo le superfici esterne con prodotti specifici non dilavabili, i quali, pur riducendo del 30-40% circa la luminosità, attenuano la temperatura interna di alcuni gradi evitando alle bacche, soprattutto a luglio, danni da scottature e problemi di marciume apicale».

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