Calano gli aiuti comunitari e cambiano i criteri di assegnazione

Pomodoro da industria: Tra Pac e concorrenza un futuro molto incerto

Intanto rallentano gli scambi e scende il valore dell’export

La presentazione da parte dell’Ue delle prime proposte dei regolamenti, che dovranno dare vita alla nuova fase di riforma della Pac, ha concentrato l’interesse del mondo agricolo sul contenuto complessivo della Pac per il periodo 2014-2020.

La riforma annunciata presenta due aspetti chiave: a) la contrazione del finanziamento accordato all’agricoltura italiana; b) la rimodulazione delle modalità di erogazione. Sul primo punto gravano due necessità, una più generale di un‘effettiva contrazione dei fondi a disposizione dell’agricoltura, l’altra specifica dell’Italia che vede ridotti i fondi a causa del riequilibrio fra vecchi e nuovi Paesi membri. Il tutto porta a una contrazione del 7% dei fondi a disposizione. Il secondo aspetto, dopo la definitiva eliminazione dell’aiuto accoppiato, introduce il nuovo aiuto unico per tutte le colture, indipendentemente da quelle che storicamente hanno generato il pagamento, e la creazione di nuove modalità, come il 30% del pagamento di carattere ambientale, il cosiddetto greening, lasciando per il resto una certa adattabilità nazionale.

Per il pomodoro si apre una fase di rilevante incertezza: scompare la logica della produttività e della competitività e finisce così la particolarità del sostegno a questa coltura, le cui speranze si collocano nella discussione che si svolgerà sul piano europeo, a partire dal Parlamento europeo. L’Italia, però, appare penalizzata dalla produttività e dalla qualità delle sue produzioni, due elementi che la proposta, al contrario, mette in secondo piano.

 

IL QUADRO PRODUTTIVO

L’evoluzione del quadro produttivo risente dell’incertezza che grava sul comparto, Pac a parte, esposto a una concorrenza molto forte e spesso senza scrupoli non solo nei tradizionali mercati di esportazione, ma anche su quello interno.

In questo contesto la dinamica produttiva, se considerata in un orizzonte temporale ampio, indica un certo consolidamento della superficie, fra 90mila e 95mila ha, e della produzione compresa fra 5 e 6 milioni di t, a cui corrisponde una produzione raccolta e avviata alla trasformazione leggermente inferiore a seconda delle annate (fig. 1). Se, però, si considera solo l’ultimo triennio con le prime stime per il 2011, sembra delinearsi una tendenza alla contrazione che segnala l’esistenza di una situazione oggettivamente di difficile previsione.

 

CONCENTRAZIONE E LOCALIZZAZIONE

In questo quadro trova spazio la capacità d’individuare nuove soluzioni produttive e di variazione dell’offerta e si rileva un importante ruolo di fatti innovativi, a partire dal cambiamento in atto nelle aree di produzione. Infatti, si conferma la migrazione interna della coltura dalle aree tradizionalmente più rilevanti, sia sul versante produttivo, sia su quello della trasformazione, che è avvenuta in un primo tempo coinvolgendo spostamenti anche importanti all’interno del tradizionale polo territoriale del Mezzogiorno e successivamente interessando l’area settentrionale, con la localizzazione più tradizionale in Emilia e in seguito con un’estensione in altre regioni (fig. 2).

Il ruolo del polo meridionale si è andato contraendo nell’ultimo decennio di circa il 10% collocandosi fra il 49% e il 50%, mentre crescono le regioni settentrionali nella stessa proporzione raggiungendo il 42%-43% in presenza di una sostanziale stazionarietà delle regioni del Centro fra il 7% e l’8%. Questo spostamento è il fenomeno di maggiore interesse per le implicazioni che ha nei confronti sia della produzione agricola, sia dell’industria di trasformazione che sono attori importanti del cambiamento e, allo stesso tempo, ne subiscono, in molti casi le conseguenze.

Di conseguenza muta anche il quadro del contributo relativo delle singole regioni (tab. 1). Il volto della graduatoria delle top 10 è cambiato con l’inserimento ormai stabile dell’Emilia-Romagna al secondo posto e della Lombardia al terzo mentre, nel 2011, per la prima volta, la Toscana sale alla quarta posizione, superando di 200mila t la Campania, e la Basilicata addirittura supera la Sicilia.

Questi spostamenti avvengono in un quadro di progressiva concentrazione della produzione a livello territoriale e al Nord: le prime quattro regioni forniscono nel 2011 il 78,8% dell’offerta nazionale, contro il 73% del 2006, e una sola è meridionale.

 

LA TRASFORMAZIONE

La trasformazione del pomodoro conferma un assetto industriale che va dalle lavorazioni più tradizionali, come i concentrati e i pelati, e su altre innovative, come le passate, i nuovi tipi di succhi e i diversi tipi di polpe.

In questi anni, a fronte dell’aggressività di altri produttori mondiali come la Cina, l’offerta si è evoluta con un occhio all’esportazione, tradizionalmente orientata, ad esempio, verso i paesi africani. Anche in un anno di minore produzione come il 2010, le passate hanno di fatto confermato il volume produttivo del 2009 mentre pelati e concentrati, prodotti più convenzionali e per i quali la concorrenza di prezzo è più forte, si sono contratti (tab. 2).

Certamente il problema degli scambi si pone e i dati del commercio estero del 2010 confermano che la voce dei concentrati è l’unica in passivo sia in quantità sia in valore (tab. 3). I concentrati in effetti registrano un calo produttivo da materia prima nazionale circa equivalente al quantitativo importato.

La questione assume un rilievo strategico importante nella logica complessiva dell’offerta e della domanda di derivati e ha destato l’interesse anche della stampa per quanto riguarda le importazioni dalla Cina, un tema contrassegnato da un’eccessiva emotività che può avere alla lunga effetti negativi sulla domanda finale.

Il quadro degli scambi dei primi 8 mesi del 2011 denota un generale rallentamento dei quantitativi e dei valori (tab. 4). Le importazioni calano dello 0,1% sia in valore sia in quantità, mentre le esportazioni crescono del 5,3% in quantità, ma purtroppo perdono in valore della stessa percentuale, il che significa, in sostanza, che si è esportato, ma a prezzi mediamente più bassi, in particolare per quei derivati che sono di fatto commodity sui mercati mondiali.

 

LE PROSPETTIVE

I problemi del comparto, alla luce, da un lato, dell’incombente riforma della Pac e, dall’altro, della situazione competitiva dei mercati si presenta molto complessa e contraddittoria. Diviene sempre più urgente l’adozione di una strategia complessiva, a livello sia delle singole imprese agricole e industriali, sia dell’intera filiera.

Il tema centrale di questa strategia riguarda la costruzione di un complesso agricolo-industriale che attraverso un’attività organizzativa, tecnica ed economica, costruita sul piano della collaborazione e non della competizione interna, riesca a far recuperare valore aggiunto al comparto. La sfida della competizione non si gioca solo sul prezzo, ma sulla capacità di offrire requisiti addizionali che giustifichino la segmentazione del mercato e la formazione di prezzi differenziati puntando alla diversificazione, all’introduzione d’innovazione a tutti i livelli. In apparenza una soluzione semplice, in realtà una svolta enorme da affrontare.

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