Soluzioni per il fuori suolo

Materiali riutilizzabili anche per 2-3 cicli fanno sì che il costo di una coltura sia addirittura inferiore a quello delle lavorazioni e trattamenti a un “terreno naturale”, oltre naturalmente alla possibilità di ottenere migliore qualità e rese superiori di almeno il 20%.

L’Italia, nonostante sia stata tra le prime nazioni a sperimentare impianti e sistemi fuori suolo, alcuni anche molto avanzati per il periodo pionieristico (anni ’60), non ha visto fino a oggi una grande diffusione del settore, rispetto al totale delle colture.

Abbiamo assistito spesso a una somma incredibile di fallimenti e fraintendimenti, cioè a veri e propri errori di tecnica, ad esempio incapacità di calcolare, preparare e somministrare le soluzioni nutritive, ma anche a difficoltà nel collocare nella giusta misura il fuori suolo nella propria realtà aziendale.

Cocenti delusioni, che gli hanno fatto spesso terra bruciata attorno, sono derivate sia dall’attribuirgli presunte capacità “taumaturgiche”, cioè di poter compensare con esso anche altri fattori limitanti (clima, tecnica di potatura, etc.), cosa ovviamente impossibile, sia dal sottovalutare le conoscenze specifiche che richiede.

In Paesi leader del settore, quali l’Olanda, dove risiedono gli agricoltori con le massime rese mondiali nelle colture protette, quasi nessuno si è mai occupato di analizzare per conto suo un substrato, né di formulare soluzioni nutritive. Analisi e consigli sono forniti gratuitamente da istituti sia pubblici che privati, mentre in serra l’unica cosa che l’imprenditore olandese sa, in genere, è che ogni due settimane il capo-serra preleva campioni di soluzioni o substrato, li invia a laboratori o consulenti specializzati e, a costi assolutamente irrisori, ottiene di ritorno in uno, massimo due giorni, sia le analisi, che le formule ricalcolate e adattate al substrato, alla varietà coltivata e alla fase fenologica.

Italia fai da te

L’Italia, al contrario, da questo punto di vista, è stata spesso, inspiegabilmente, il mondo del “fai da te”, con le ovvie tragiche conseguenze.  Spesso hanno fatto la loro parte anche alcuni tecnici poco competenti della materia, ma oggi il problema appare superato, quindi anche il “fai da te” non ha più ragione di esistere.  Se poi paragoniamo i costi di un servizio di analisi o consulenza professionali, ai danni che genera l’uso approssimativo del fuori suolo, ecco che l’incidenza sui costi aziendali è davvero meno che irrisoria.

Per chi volesse approfondire, comunque, sono oggi disponibili in abbondanza manuali, corsi, software di calcolo, tecnici preparati, quindi non ci sono più scuse per un uso corretto delle colture in substrato in Italia, anche in serre “povere”.

Negli ultimi anni, soprattutto come conseguenza di limiti sempre più stringenti all’uso di geodisinfestanti, pare che la tendenza si stia finalmente invertendo, anche se un vero e proprio boom non si è ancora verificato, come invece avvenuto in Paesi simili al nostro per caratteristiche climatiche e tecniche (Spagna, Turchia, Marocco).

Come abbiamo accennato, uno dei problemi che più assilla i coltivatori, che vorrebbero convertire le proprie colture orticole e floricole al fuori suolo, è la scelta del substrato più adatto alla loro coltura, serra, realtà climatica.  Vediamo quindi di analizzarne alcuni aspetti tecnici ed economici.

Caratteristiche chimiche

I principali ruoli di un substrato sono di fornire alle piante un supporto su cui ancorare le radici, rifornirle continuamente di acqua ed elementi nutritivi e di garantire un sufficiente apporto di ossigeno alla respirazione cellulare.  E non dimentichiamo che la rizosfera è anche sede d’intense e complesse interazioni con microorganismi di tutti i tipi, sia benefici, che potenzialmente patogeni.

Molti agricoltori sono erroneamente assillati dalle analisi chimiche dei substrati, cioè dal loro contenuto iniziale di elementi minerali. Sono sì importanti, ma in realtà sono le caratteristiche fisiche le prime e principali da conoscere.

Il contenuto di nutrienti, infatti, è solo temporaneo e verrà modificato rapidamente dall’interazione tra la fertirrigazione con soluzioni complete di macro- e micro-elementi e l’assorbimento selettivo radicale.

Un bell’esempio per meglio capire è quello della fibra di cocco, uno dei substrati oggi più promettenti per lo sviluppo del fuori suolo in climi mediterranei come il nostro.

Viene ricavato dai gusci delle noci di cocco, quindi è un prodotto “naturale” soggetto all’influenza dell’ambiente dove è cresciuta la palma, a differenza di lana di roccia e perlite, altri materiali che vanno oggi per la maggiore, ottenuti per espansione di rocce ad alta temperatura, cioè materiali molto più omogenei.

La palma da cocco cresce soprattutto lungo le coste di nazioni o isole tropicali, cioè in terreni spesso ricchi di sodio, o addirittura inondati da acque marine.  Questo genera un elevato accumulo nelle fibre del guscio, sia di Sodio, sia di Potassio, che la pianta assorbe pure in abbondanza, proprio per neutralizzare in parte la tossicità del Sodio, tramite processi fisiologici di scambio cationico.

Per evitare i rischi di tossicità da Sodio o di eccesso di Potassio sulle giovani radici delle piantine al trapianto, possiamo seguire tre vie: dilavare il cocco con acque dolci nel Paese di produzione; lavarlo con una soluzione ricca di Calcio, il quale va a sostituire Sodio e Potassio per scambio cationico; usarlo tal quale, senza lavaggio o processo di scambio, ma fertirrigare nelle prime 2-3 settimane dopo il trapianto con soluzioni più ricche di Calcio e meno di Potassio.

La soluzione migliore è ovviamente la seconda, in ogni caso il contenuto di Sodio e Potassio rientrerà entro valori accettabili in tempi relativamente brevi, mentre ci sono molti agricoltori che temono che il Sodio possa essere rilasciato dalle fibre anche per tutto il ciclo colturale.

Conclusione: verifichiamo sì il contenuto iniziale di minerali nel substrato, ma non ingigantiamo inutilmente il problema.

Parametri fisici

Molto più importanti per il successo di un substrato, invece, sono i suoi parametri fisici, soprattutto la porosità totale.  Questa a sua volta può essere distinta in porosità libera e capacità di ritenzione idrica. In parole più semplici: i pori del substrato possono essere riempiti o con aria, la quale contiene anche ossigeno (porosità libera), o con soluzioni nutritive (capacità di ritenzione idrica). Entrambe si esprimono in percentuale sul volume totale del substrato.

Nelle colture fuori suolo il volume di substrato a disposizione di ogni pianta è di solito nettamente inferiore a quello che la stessa può esplorare nel terreno “naturale”, quindi è evidente che maggiori saranno la porosità totale, libera e la ritenzione idrica, maggiori saranno anche le riserve di acqua, nutrienti e ossigeno.

Molti dimenticano, o non sanno, che uno dei principali vantaggi del fuori suolo, a confronto con un terreno fertilissimo, a parità di condizioni, in grado di spiegarne le migliori prestazioni, in genere minimo +20/30%, sia quanto alle rese che alla qualità, è proprio questo ridotto volume per pianta.

Solo così è possibile esaltare l’attitudine “generativa” di una pianta, riducendone la tendenza “vegetativa”.  Sembra assurdo, ma non lo è: le colture fuori suolo ci hanno insegnato che le piante, pur essendosi selezionate per milioni di anni a crescere nel “terreno naturale”, in realtà rendono il massimo solo in sua assenza, parziale o totale.

Maggiore porosità significa ovviamente anche materiali più leggeri, quindi più facili da trasportare e da mettere in opera.  Si riduce di conseguenza anche la robustezza necessaria per il contenitore e il suo costo.  Inutile cercare substrati “poveri”, quando poi richiedono contenitori che portano alle stelle il costo totale.

I substrati che oggi vanno per la maggiore nelle colture fuori suolo, lana di roccia, cocco, torba, perlite, vermiculite, resine, etc., sono infatti molto leggeri e dotati di elevata porosità (>90/95% in volume), elevata ritenzione idrica (60-80% in genere), elevata capacità per l’aria (20-40%).

Altri parametri derivati e secondari, ma altrettanto importanti per il successo di un substrato, sono ad esempio l’acqua facilmente disponibile e la presenza di polveri.

Col primo intendiamo l’acqua effettivamente a disposizione delle radici, che cioè non è trattenuta con troppa forza dalla matrice delle fibre.

Nella lana di roccia, ad esempio, gran parte della capacità di ritenzione idrica è a disposizione delle radici. In altre parole: se interrompiamo l’irrigazione, la pianta sarà in grado di assorbire quasi tutta l’acqua del substrato prima di appassire.  Nel cocco, viceversa, vedremo la pianta appassire quando il substrato ci apparirà ancora relativamente “umido”, segno che l’acqua residua è trattenuta con un potenziale così alto che le radici non sono più in grado di “estrarla” dalla matrice.  Senza queste conoscenze si rischiano spesso gravi errori di strategia irrigua.

Quanto alla polvere, è il nemico numero uno anche dei migliori substrati.  Se il materiale viene prodotto o lavorato in modo improprio, ad esempio se viene fresato con troppa energia, o non viene setacciato e calibrato, può includere percentuali troppo alte di materiali eccessivamente sottili, polverulenti.

Queste polveri andranno rapidamente sia a saturare i pori, riducendo soprattutto l’ossigenazione, sia si accumuleranno al fondo di sacchi o vasi.  Alla base del contenitore ci sarà quindi una zona perennemente saturata di acqua e povera di ossigeno, dove finiranno per concentrarsi, e morire per asfissia, la maggior parte dei capillari assorbenti.

Prodotti industriali e naturali

Mentre nei Paesi a serricoltura avanzata gli agricoltori e i tecnici si sono orientati più spesso verso substrati industriali (lana di roccia, perlite), o frutto di processi industriali e standardizzati di lavorazione (torba, cocco), in Italia e in altri Paesi mediterranei si sono investite in passato troppe risorse nello sperimentare sottoprodotti di tutti i tipi, purché disponibili in loco e a bassissimo costo.

Dal punto di vista ambientale si possono interpretare come scelte positive, ma generalmente non lo sono dal punto di vista del coltivatore.  Molti dimenticano, o fanno finta di dimenticare, che il maggior costo di ogni serricoltore è il mancato reddito, cioè il prodotto potenziale che non si raccoglie o non si vende, a causa di limiti strutturali nel ciclo produttivo.

I substrati “naturali”, infatti, hanno spesso limiti sia fisici (ridotta porosità, quindi anche ridotta ritenzione idrica e ossigenazione, eccesso di polveri), sia chimici (presenza di contaminanti).  Se consideriamo che l’incidenza del costo del substrato in una serra fuori suolo sul costo di produzione totale varia dall’1-2% in una serra hi-tech, al 3-5% in strutture “povere”, mentre i suoi difetti strutturali fisico-chimici possono ridurre le rese fino al 20-30%, è chiaro che si tratta di un vicolo cieco.

Se l’obiettivo è quello di ridurre il costo del substrato, quindi il costo totale, molto più utile appare il tentativo di riutilizzarlo per più cicli produttivi, purché ovviamente siano minimizzati i rischi di contaminazione delle colture successive con residui o inoculi di malattie.

E’ il caso della fibra di cocco che, essendo ricca di lignina, ha tempi di degradazione molto più lunghi della torba, in cui prevalgono matrici cellulosiche.  Vi sono oggi ampie dimostrazioni che questo substrato può essere facilmente riutilizzato fino a 2-3 cicli produttivi, meglio ancora se si alternano colture con ridotta o nulla compatibilità patogenetica, ad esempio solanacee e cucurbitacee.

L’importante è preoccuparsi anche della qualità della plastica dei sacchi di contenimento, che deve essere di adeguato spessore e trattata contro la degradazione dei raggi UV del sole.

Il riutilizzo di un sacco di cocco per 2-3 cicli fa sì oggi che il costo di una coltura fuori suolo sia addirittura inferiore a quello delle lavorazioni e trattamenti a un “terreno naturale”, oltre naturalmente alla possibilità di ottenere migliore qualità e rese superiori di almeno il 20%.

Sembra che veramente non ci siano più scuse per abbandonare il terreno e passare alle colture in substrato.

L'autore è del Ceres Srl - Società di Consulenza in agricoltura

 

CONDIVIDI

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome