Zucchino, fusariosi sempre in agguato

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Zucchino con fusariosi e fiore di zucchino
Il ritorno della coltura sugli stessi terreni compone un quadro molto pericoloso. La nuova frontiera dell’innesto

La fusariosi delle piante ortive si presenta con un quadro sintomatologico di facile attribuzione specifica; l’agente causale è il Fusarium oxysporum.

Questo patogeno si avvantaggia notevolmente di condizioni colturali ben precise: terreni impoveriti ed a fertilità ridotta soprattutto in conseguenza di ripetuti cicli di colture che succedono a se stesse oppure a causa di rotazioni troppo semplici.

A questo punto si parla di una vera e propria stanchezza del terreno che risulta impoverito nei suoi valori di fertilità e nella sua complessità microbiologica; la ridotta presenza di sostanza organica ne rappresenta l’indice principale.

In queste condizioni ambientali l’agente della fusariosi, caratterizzato da forme di sopravvivenza in grado di rimanere vitali anche per 10 anni, ha buon gioco nell’occupare gli spazi lasciati liberi da altri microorganismi e manifestare così tutta la sua patogenicità; va così di fatto ad occupare un vuoto biologico determinato dalle pratiche colturali.

Per le cucurbitacee uno degli agenti causali più diffusi è il Fusarium oxysporum f.sp. melonis (di cui è ricordata l’esistenza di diverse razze) che se pur tipico del melone viene indicato anche come dannoso per lo zucchino. Su quest’ultima cucurbitacea il quadro sintomatologico è quello tipico delle tracheofusariosi con un estese necrosi delle fasce vascolari che comporta l’avvizzimento e disseccamento delle piante colpite in tempi più o meno brevi; nei casi di decorso rapido della malattia si può parlare di un vero e proprio collassamento delle piante.

Nel bolognese

Nell’areale di produzione dello zucchino bolognese e romagnolo negli ultimi anni si è assistito ad un notevole incremento di queste problematiche soprattutto, appunto come già sottolineato, in conseguenza di rotazioni sempre più strette se non addirittura per la successione della coltura a se stessa. La malattia si manifesta generalmente nel periodo da maggio ad agosto giugno, quando le temperature dei terreni si alzano raggiungendo e superando i 23 °C.

Per questa malattia non esistono mezzi chimici per una difesa diretta. Attualmente il sistema di profilassi più diffuso prevede il ricorso alle fumigazioni; pur con tutte le recenti limitazioni stabilite per queste pratiche di disinfestazione del terreno e con tutti i limiti tecnici che ne conseguono.

Quest’ultime conducono in realtà a risultati parziali e aprono due problemi:

1 - un importante impatto sull’ambiente;

2 - agendo indiscriminatamente sulle forme biologiche presenti nel terreno determinano di fatto un impoverimento biologico.

In particolare bisogna porre l’accento su questo secondo effetto perché si produce come risultato di semplificare l’ecosistema, impoverendo, dal punto di vista biologico sempre più il terreno che sarà quindi ancora più colonizzabile dai patogeni; si instaura cioè una spirale viziosa che si autoalimenta, richiedendo sempre più trattamenti per essere compensata.

Il risultato sarà, come già avviene, che ad ogni fumigazione farà seguito una prima fase di assenza della fusariosi a cui seguirà un irresistibile espandersi della malattia, con le conseguenti ricadute sulla produttività e sulla durata del ciclo produttivo della coltura.

Le vie percorribili per ovviare a questa situazioni sono diverse e portano da una lato a recuperare vecchi criteri agronomici relativi alla fertilità del terreno e dall’altro alle nuove frontiere della lotta microbiologica :

1 - la ricostituzione della fertilità del terreno, partendo da una buona dotazione di sostanza organica;

2 - impostare rotazioni più ampie;

3 - impostare piani di difesa microbiologica con micorrize o organismi antagonisti;

4 - scelta di varietà tolleranti di per sé o rese tali sfruttando le qualità di particolari portinnesti;

5 - il ricorsa all’impiego di varietà innestate su portinnesti piu "robusti" nei confronti della malattia;

6 - il ricorso alla coltura fuori suolo che di fatto annulla il problema allontanando la coltura dal terreno che assume il mero ruolo di base di appoggio per la coltivazione e il substrato e non di agente colturale.

Tradizionalmente la fertilità del terreno la si migliora attraverso le letamazioni. Purtroppo al giorno d’oggi è sempre più difficile reperire una materia prima di adeguata qualità per cui interessante appare la possibilità offerta dal sovescio, ovvero da un apporto di sostanza organica verde (letamazione verde) attraverso la semina di miscugli di essenze (graminacee, leguminose, crucifere) che variano in base alle epoche di semina e studiati opportunamente per fornire una biomassa vegetale adatta per incrementare i processi di umificazione della sostanza organica. Occorre precisare che si tratta di un sovescio per apportare biomassa vegetale da trasformare in sostanza organica in grado di reintegrare i livelli di fertilità del terreno anche attraverso un miglioramento delle caratteristiche fisiche del terreno grazie anche all’attività radicale che aumenta la porosità e migliora la struttura nello strato di terreno esplorato. Occorre poi non confondere questo sovescio con il sovescio ad azione biocida attuato con miscugli di brassiche e con l’uso del rafano.

Un’ulteriore via da seguire riguarda l’impiego di microrganismi in grado di occupare gli spazi liberi a causa dell’impoverimento biologico del terreno.

Micorrize

Si tratta di micorrize e di organismi antagonisti (in particolare tra i batteri ricordiamo gli streptomiceti) in grado di colonizzare rapidamente l’apparato radicale sottraendo di fatto spazio vitale e nutrienti ai funghi patogeni. Si lavora ancora una volta in prevenzione e questi prodotti possono essere impiegati direttamente sulla radice delle piantine in fase di trapianto oppure sempre localizzati vicino alla radice in un secondo momento sfruttando gli strumenti della fertirrigazione.

Le recenti limitazioni poste alla tecnica della fumigazione hanno, inoltre, spinto diverse aziende della cintura bolognese ad imboccare la strada dell’innesto, per disporre di piantine più "robuste" nei confronti della malattia. I risultati positivi ottenuti hanno diffusa questa tecnica sia in serra che in pieno campo; le piante di zucchino vengono innestate su un ibrido intraspecifico (Cucurbita maxima x Cucurbita muscata) di zucca.

In definitiva non esiste una difesa diretta contro le fusariosi e la strada migliore per prevenire la diffusione di queste importanti patologie è di puntare ad un ripristino della fertilità che sia sinonimo di equilibrio del terreno ed in alternativa contare su una lotta microbiologica con organismi che "rubino" spazio utile alla malattia. Lo sviluppo poi di tecniche colturali alternative può condurre a risultati positivi sia con il fuori suolo sia utilizzando piantine innestate.

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