Lo Spathiphyllum da vaso in Campania

spatiphyllum in serra
spatiphyllum
Pochissimo diffusa la coltivazione “mista” per la produzione anche dei fiori recisi, mentre resta interessante la produzione

In Campania la coltivazione di Spathiphyllum è indirizzata alla produzione del “vaso fiorito” e si concentra in gran parte nel periodo primaverile – estivo; una quota è ottenuta anche nella stagione autunnale (settembre – dicembre), mentre alcune varietà, ancora poco diffuse, sono valide per programmare anche la produzione invernale (gennaio – febbraio).
La produzione mista di fiore reciso e pianta è stata quasi del tutto abbandonata, considerato che nel periodo di fioritura di questa specie sono presenti in commercio numerose altre essenze floricole. Tuttavia, poiché la fioritura naturale si concentra nel periodo maggio- settembre, ovvero nell’epoca in cui si festeggiano diversi eventi religiosi (comunioni, cresime, matrimoni), una quota dei fiori può essere raccolta e destinata alle composizioni per gli abbellimenti floreali.
La produzione regionale si è stabilizzata da qualche anno a questa parte ed interessa circa 2 ettari, equamente suddivisa tra la provincia di Napoli e quella di Salerno.
Ogni anno il lavoro di miglioramento genetico seleziona nuovi cloni e/o varietà prodotte da incroci e riprodotte per via meristematica che presentano caratteristiche migliorative quali: maggiore quantità di fiori, maggiore resistenza ai parassiti, foglia di colore verde scuro, maggiore velocità di accrescimento e migliore accestimento.
La temperatura
Lo Spathiphyllum è un genere di 36 specie di piante tropicali perenni e sempreverdi appartenenti alla famiglia delle Araceae, originaria dell’America Centrale e meridionale equatoriale (Colombia).
Considerate le origini per la coltivazione l’ideale sarebbe mantenere valori termici costanti per tutta la giornata (DIF = 0). Dopo il travaso, per formare rapidamente un buon apparato radicale, bisogna garantire una temperatura basale di almeno 22 °C. La temperatura media ottimale durante la fase di accrescimento è di 23°C; medie superiori favoriscono un’eccessiva vegetazione e provocano un ritardo della fioritura. Temperature superiori a 24°C inducono la manifestazione di necrosi apicali e deformazioni fogliari; nei mesi estivi è buona norma arieggiare sopra i 25°C per evitare ritardi nella fioritura. Nel periodo invernale i valori termici vanno adeguatamente bilanciati con la quantità di luce disponibile per evitare la filatura delle piantine (allungamento del peduncolo fogliare). Le piante adulte sopportano bene anche temperature poco sotto ai 16°C, che però influiscono negativamente sulla crescita radicale e fogliare. Tali valori termici sono consigliati unicamente per la conservazione delle piante finite prima della vendita. Quando la coltivazione è condotta su bancali con sistema irriguo a flusso e riflusso, conviene mantenere il valore della temperatura basale intorno ai 21°C per contenere o evitare lo sviluppo di cilindrocladiosi. Proprio per quest’inconveniente, alcune aziende preferiscono sistemare i vasi (in particolare quelli di dimensioni piccole) su un supporto che li tiene sollevati dal terreno e procedere all’irrigazione con sistema a micro portata. Il numero più elevato di fiori si ottiene con valori termici compresi tra 18 e 21°C, mentre l’optimum, inteso come allungamento e formazione di peso secco, si raggiunge con temperature di 23-24°C. Si rileva, pertanto, che la temperatura ottimale di crescita è superiore a quella di fioritura.
In ogni modo, l’introduzione di nuove varietà impegna i floricoltori ad osservare livelli termici differenti, generalmente più moderati.
L'umidità relativa
L’umidità relativa deve essere mantenuta intorno al 60-80%, secondo le varietà coltivate, evitando ristagni idrici, soprattutto nel periodo invernale quando, riscaldando di notte, i valori igrometrici possono facilmente raggiungere la soglia del 100% predisponendo le piante agli attacchi di crittogame responsabili dei marciumi radicali. Per ovviare a questo problema, dove possibile, va effettuata l’apertura al colmo di modo che "l’effetto camino” liberi l’aria presente nell’ambiente protetto dall’eccesso di umidità. Variazioni continue dell’U.R. si riflettono negativamente sullo sviluppo della lamina fogliare che può presentare una crescita discontinua. Il controllo dell’U.R. si può eseguire con bagnature del pavimento della serra o con il “fog system”; vanno evitate le continue irrigazioni fogliari e del terriccio.
La sensibilità luminosa è influenzata dalla varietà; in genere con eccessi luminosi si hanno piante clorotiche e poco sviluppate, mentre con bassa luminosità si ottengono piante allungate ed una riduzione sensibile della fioritura (fino al 100%). La luminosità ideale è compresa tra i 15.000 ed i 20.000 lux per cui, negli ambienti mediterranei lo Spathiphyllum deve essere ombreggiato da marzo a settembre (ombreggio dal 50 fino al 90%), mentre le produzioni invernali necessitano di luce artificiale.
Il substrato di coltivazione
I substrati solitamente utilizzati si differenziano secondo la stagione. Solitamente, si procede a miscele di torba bionda e perlite, in proporzioni diverse secondo se si tratta di coltivazione estiva, in cui la percentuale di perlite è più elevata (30%) oppure invernale (in questo caso la perlite scende al 20%). L’aumento della perlite (agente drenante) è in funzione di un maggiore drenaggio a livello radicale, in un periodo in cui la temperatura, ma soprattutto la luminosità, sono inferiori incidendo sull’evapotraspirazione. Qualche azienda preferisce miscelare la torba alla fibra di cocco rispettivamente nella misura del 60 e 40%. In commercio sono anche disponibili terricci già pronti in cui la torba è addizionata ad altri materiali, al fine di migliorarne la stabilità, l’aerazione ed il drenaggio. Il pH ideale per la coltivazione dello Spathiphyllum è compreso tra 5,5 e 6,0.
La propagazione
Le piantine, provenienti da Olanda, Danimarca e Belgio, sono prodotte per via meristematica.
Il materiale proveniente da colture di meristemi offre elevate garanzie fitosanitarie e d’uniformità, sia riguardo allo sviluppo vegetativo sia alla fioritura.
Per abbreviare il ciclo di coltivazione alcune aziende preferiscono acquistare piante già di una certa dimensione (“a mezza coltura”) in vaso diametro 12 – 14 cm e completare la crescita nello stesso contenitore. Questa scelta, però, influisce negativamente sull’uniformità di fioritura e sulla qualità complessiva del prodotto finale.
La fertilizzazione
Il numero di interventi fertirrigui varia in funzione delle temperature medie e della luminosità e deve essere effettuato almeno una volta la settimana. Inizialmente, si consiglia di utilizzare concimi a prevalenza di azoto (tipo 25:5:10) da distribuire per via fogliare o radicale senza superare la conducibilità massima di 1.500-1.600 microsiemens (indicativamente 1 grammo di concime in un litro di acqua distillata aumenta la conducibilità di 1.300 microsiemens). Dopo la prima fase di crescita, mediamente 90 giorni, si utilizzeranno concimi a titolo bilanciato (tipo 15:11:15 oppure 20:20:20) addizionati di microelementi e acidi umici. Nella fase di fioritura la concimazione si sposterà verso prodotti ad alto titolo di potassio (tipo 8:15:24 o nitrato di potassio), che sono da preferire all’impiego di ormoni fitostimolanti (gibberelline, ecc.).
Si ritiene che i casi di mancata fioritura siano da imputare per il 90% ad un’errata gestione dei fattori climatici o di nutrizione e solo per il 10% al materiale di partenza. Le problematiche legate al materiale di propagazione sono relativi o all’accumulo nel meristema di 6-BAP, ormone che favorisce la moltiplicazione in vitro e l’accestimento in vivo, ma inibisce la fioritura.
Nel momento in cui i fiori sono presenti bisognerà porre attenzione nel praticare interventi e le concimazioni per evitare macchie sulla spata. L’impiego di gibberelline (GA3) può essere utilizzata a dosi variabili da 250 a 500 mg/l per uniformare o controllare la fioritura, il suo impiego, però, provoca in molti casi alterazione dei fiori, delle foglie e degli steli. In media si ottiene la fioritura a distanza di 10 giorni dal trattamento, con un numero di steli maggiore, ma di minori dimensioni.
Il vaso fiorito
La produzione di Spathiphyllum in vaso può essere effettuata a ciclo continuo; gli impianti sono fatti mensilmente partendo dal vaso diametro 10 cm. In questa fase le piantine sono poste vaso – vaso (circa 100 piante/m2) per circa 45 giorni, quindi verranno spaziate raddoppiando la superficie coltivata (50 piante/m2) ed allevate nello stesso vaso per altri 15 giorni. Successivamente, si procederà al passaggio nel vaso definitivo dove rimarranno per un tempo variabile dai 3 ai 6 mesi secondo le varietà e la taglia che si vuole ottenere.
Le piante fiorite, indipendentemente dalla taglia, sono imballate con busta conica trasparente. Le piccole (vaso diametro 9 fino a 13 cm) sono confezionate in padelle, le medie (vaso da 15 a 19 cm) sono vendute in cartoni, mentre le taglie superiori (vaso diametro 21 a 24 cm) si vendono singolarmente. Esiste un’altra tipologia di prodotto: il basket, assemblato da coltivatori e/o commercianti utilizzando le taglie medie. La ciotola ha un diametro 24 o 30 cm e contiene tre piante coltivate in vaso 14 o 16 cm. Per tutte le tipologie di prodotto, il vaso è di colore cotto o bianco, in modo da far risaltare i fiori e la lucentezza del fogliame. Si ricorda che lo Spathiphyllum, in quanto Aracea, è una specie soggetta a passaporto verde.
La difesa
Pochi parassiti, vegetali ed animali, provocano danni allo Spathiphyllum. Tra le malattie si segnalano i marciumi radicali, causati da Pythium spp. e Phytophthora spp., i cui sintomi sono rappresentati da annerimento delle radici e del colletto con conseguente marciume. Nella parte aerea le foglie ingialliscono, si arresta la crescita e le piante muoiono. La lotta si effettua con trattamenti chimici. Il marciume basale è provocato dal fungo Cylindrocladium spathiphylli; provoca l’annerimento delle radici, mentre la base dei piccioli fogliari presenta lesioni trasparenti che diventano di colore nero lucido. Le piante ingialliscono, avvizziscono e muoiono. Questa malattia è tipica dei sistemi di coltivazione a flusso e riflusso. La lotta si pratica con interventi chimici da effettuarsi mensilmente.
Tra i parassiti animali dello Spathiphyllum si evidenziano i tetranichidi, che attaccano le foglie provocando la comparsa di macchie di colore chiaro che diventano brune e poi disseccano. Sulla pagina inferiore delle foglie si notano gli adulti e le ragnatele. La lotta è preventiva e si esegue con prodotti chimici specifici da alternare, a distanza di 10 giorni l’uno dall’altro. Altro temibile parassita di questa specie è la Frankliniella occidentalis. Le foglie attaccate dall’insetto presentano screziature argentee, zone suberificate e deformazioni fogliari marrone. In caso di forti attacchi si notano sulle foglie gli escrementi puntiformi. I fiori possono subire deformazioni o presentare striature marroni sulla spata. La lotta si pratica con l’impiego di prodotti chimici.
Infine, si possono verificare attacchi di cocciniglie (cocciniglia cotonosa) che colpiscono le piante specie in presenza di clima caldo e secco. Bisogna trattare la pianta con un prodotto anticoccidico ed elevare il tasso d’umidità ambientale (le spruzzature e i lavaggi fogliari permettono di eliminare le cocciniglie allo stato larvale).
Lo Spathiphyllum è anche soggetto ad alcune fisiopatie causate da irrigazioni insufficienti (foglie avvizzite e appassite) oppure da concimazioni insufficienti (foglie dai margini ingialliti, che si ricoprono di macchie).
Aspetti economici
Con riferimento a 1.000 m2 di superficie coperta e dotata della indispensabile impiantistica, l’analisi dei costi di produzione riferita ad una coltivazione con durata di 6 mesi della varietà Cico (tra le più diffuse) in vaso diametro 14 cm e densità di 15 piante/m2, rileva che la voce di maggior rilievo è rappresentata dall’acquisto dei mezzi tecnici (circa il 61% del totale), nonostante l’impiego di combustibili alternativi al gasolio, di minor costo, abbiano ridotto un poco questa voce. Nell’ambito dei mezzi tecnici l’acquisto delle piantine ha la maggiore incidenza (quasi il 33%) seguito dal combustibile per il riscaldamento (19,75%). La seconda voce di costo è rappresentata manodopera che incide per poco più del 14,5% con un impegno complessivo di circa 550 ore annue; seguono gli ammortamenti delle strutture e dei diversi impianti necessari per la coltivazione (11,70%). La voce interessi si ferma a poco più del 5,5%, mentre un’incidenza non trascurabile ha la voce direzione/amministrazione (poco più del 5%), stante il non semplice processo produttivo, che richiede una conoscenza approfondita della specie, e la necessità di essere informato bene sul mercato per poter collocare con successo la produzione. Le restanti voci di costo, rappresentate dal “capitale fondiario” e dalle “spese varie”, assommano al 2% circa. In definitiva, il costo complessivo per la superficie indicata si attesta intorno ai 37.375 euro con un costo unitario di circa 2,50 euro.
Infine, da dati forniti dai principali mercati floricoli regionali si rileva un prezzo di vendita che oscilla tra i 3,50 e i 4,00 euro/pianta secondo il periodo di vendita. Naturalmente, il prezzo indicato si riferisce ad un prodotto di buona qualità (dimensione della pianta, numero di fiori, stato vegetativo, ecc.). Tale prezzo di vendita lascia intuire una discreta redditività della coltura, tuttavia bisogna considerare che difficilmente il floricoltore riesce a collocare l’intera produzione e deve, quindi, sobbarcarsi ulteriore spese di “manutenzione” delle piante fino al momento della vendita. Attualmente, stante anche la difficile fase congiunturale, una buona percentuale di collocazione del prodotto si attesta intorno al 60% del totale.

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