Recuperare le sementi

Preparazione di semi di varietà orticole per la conservazione
Salvare la biodiversità è il lavoro compiuto negli ultimi cinque anni dal progetto BiodiverSO per ridurre l’attuale tasso di erosione genetica in orticoltura.

Recuperare, catalogare, conservare e, se necessario, moltiplicare i semi (o parti di pianta) raccolti per salvaguardare la biodiversità orticola pugliese. È l’impegno al quale attende da oltre 45 anni l’Istituto di bioscienze e biorisorse (Ibbr) del Cnr di Bari, contribuendo, negli ultimi cinque, all’attuazione del progetto BiodiverSO. Un impegno coerente con l’inclusione nell’Ibbr, dalla sua costituzione nel 2013, dell’Istituto del Germoplasma (ex Laboratorio del Germoplasma), attivo dal 1971 nella raccolta di semi e germoplasma presso la banca dei geni MG (Mediterranean Germplasm) con ricerca in tutta Italia e oltre 120 spedizioni condotte nel bacino del Mediterraneo, come dichiara Gabriella Sonnante, primo ricercatore dell’Ibbr-Cnr- di Bari.
«L’impegno dell’Ibbr è stato un impegno a tutto tondo, poiché ha seguito tutte le otto attività del progetto BiodiverSO, tranne la numero 5, cioè il risanamento di alcune varietà locali di carciofo per la predisposizione di materiale sano ai fini conservativi e moltiplicativi. La prima attività è consistita nell’acquisire informazioni sulle risorse genetiche autoctone, con un accurato lavoro di indagine bibliografica e territoriale. Abbiamo contribuito a identificare e caratterizzarle, recuperandone al contempo la storia, la provenienza, la distribuzione sul territorio, le conoscenze e le tradizioni legate alla coltivazione, all’impiego alimentare e di altro tipo e tutelando così il “saper fare” contadino tramandato per decenni solo per via orale».
Informazioni per tutti
Le informazioni raccolte hanno permesso di ottenere una libreria multimediale che unisce e rende accessibili e disponibili le conoscenze acquisite sulle varietà orticole locali oggetto di studio. Strati cartografici consentono poi di evidenziare l’evoluzione nel tempo della destinazione d’uso del territorio, in relazione alla distribuzione delle produzioni orticole autoctone.
L’attività di recupero vera e propria si è basata sulla ricerca e la successiva raccolta di materiale riproduttivo delle varietà orticole locali presenti sul territorio pugliese, per ridurre l’attuale tasso di erosione genetica.
«Questa attività è stata seguita da quasi tutti i partner: alcuni, come le Università di Foggia e Lecce, focalizzate su aree specifiche, mentre l’Ibbr ha raccolto materiale in tutta la regione, dal Gargano al Salento. Durante la prima fase del progetto BiodiverSO abbiamo reperito e raccolto circa 400 campioni di semi di ortaggi. Per i carciofi, sono stati recuperati i cosiddetti “carducci”, getti laterali, che sono stati trapiantati presso il campo catalogo di diverse varietà di carciofo dell’Ibbr-Cnr, nell’Azienda didattico sperimentale “P. Martucci” dell’Università di Bari a Valenzano (Ba). Nella seconda fase del progetto (2016-2017), sono state recuperate almeno altre 100 varietà locali».
La raccolta
Tutti i campioni raccolti sono stati ottenuti da agricoltori privati o semplici appassionati, contattati rigorosamente di persona, che conservano e coltivano le varietà ortive locali a rischio di erosione genetica.
«Recuperare il vecchio germoplasma è stato un lavoro molto capillare e per nulla semplice, anche perché i vecchi agricoltori, molto legati a queste varietà tradizionali, spesso hanno già abbandonato i terreni, sostituiti da giovani più interessati alla moderna agricoltura intensiva. Tuttavia siamo riusciti a recuperare molti semi o altri materiali di propagazione, donatici direttamente da agricoltori e appassionati, incuriositi dalla nostra ricerca. Insieme al materiale biologico abbiamo ricevuto preziose informazioni sulla tecnica colturale, sugli usi dei prodotti e sulle tradizioni locali. Mediante rilievi territoriali abbiamo acquisito informazioni geografiche e topografiche sulle aree di coltivazione delle varietà di specifico interesse. Tutti i reperti sono stati catalogati anche con documentazione fotografica e poster».
Le specie
Numerose sono state le specie considerate, ricorda Gabriella Sonnante: carciofo, melone, anguria, zucca, zucchino, carosello, barattiere, pomodoro, peperone, melanzana e tante altre.
«Fra queste voglio citare il fagiolino dall’occhio o fagiolino pinto (Vigna unguiculata subsp. unguiculata), un ortaggio consumato fresco e molto apprezzato nel Mezzogiorno per il gusto particolare che conferisce alle preparazioni culinarie. Più antico del fagiolo comune (Phaseolus vulgaris), che si diffuse nel Vecchio Mondo solo a seguito della scoperta delle Americhe, il fagiolino pinto, che i Romani chiamavano “Phaseolus”, ha origini africane e presenta in Puglia una notevole variabilità. Infatti, oltre al colore dei semi che varia dal nero al bianco munito di “occhio nero”, si possono riscontare semi rossastri o di forma più allungata. Ma stupisce particolarmente il tipo più raro conosciuto come “fagiolino a metro” (Vigna unguiculata subsp. sesquipedalis): questa forma infatti, oltre a essere “rampicante”, tanto da necessitare di supporti costituiti da canne o reti, presenta baccelli dalla lunghezza insolita, che possono superare il metro».
Alla raccolta è seguita la conservazione fuori dall’ambiente naturale (ex situ) dei semi e/o di parti di pianta idonee alla moltiplicazione.
Banca dei semi
Le attività di una banca dei semi comprendono, oltre alla conservazione vera e propria in appropriate camere fredde, anche il ringiovanimento, la moltiplicazione e, in genere, la gestione del materiale, compresi la distribuzione e lo scambio con altre istituzioni. Tutto ciò è importante per garantire l’uso del germoplasma, salvaguardare dall’estinzione le varietà a rischio di scomparsa e tentarne una successiva reintroduzione.
«La composizione numerica di ogni campione varia in funzione della specie e della grandezza dei singoli semi. Tuttavia la quantità di semi recuperata in campo dagli agricoltori in genere è scarsa e pertanto, laddove possibile, si procede a una fase di moltiplicazione del seme. I semi vengono quindi depositati nella banca dei semi del nostro istituto, che contiene circa 56.000 accessioni fra graminacee, leguminose e ortive all’interno di celle refrigerate. Ogni campione è stato dotato di una scheda che descrive con estrema precisione il sito visitato, l’azienda agricola donatrice, l’ambiente pedoclimatico originale, e riporta altresì informazioni etnobotaniche su usi e tradizioni della varietà. Quando il campione viene consegnato alla banca del germoplasma, questa gli assegna un codice interno che consente di identificarlo facilmente e univocamente».
Per l’ottimale conservazione dei semi, sottolinea Gabriella Sonnante, è importante che questi vengano prima disidratati, poiché l’umidità relativa è il fattore di rischio più importante, e poi adeguatamente refrigerati.
«La banca dei semi dell’Ibbr è dotata di celle refrigerate a 5 °C, 0 °C e -20 °C. Le principali strutture disponibili presso la collezione di semi a Bari sono: un locale refrigerato mantenuto a -20 °C per la conservazione a lungo termine, due celle refrigerate mantenute a 0 °C e umidità relativa del 35% per stoccaggio a medio termine (collezioni “attive”), due celle refrigerate mantenute a 5 °C e umidità relativa del 35% per lo stoccaggio a breve termine (materiale temporaneo o materiale in lavorazione, ecc.), un locale refrigerato mantenuto a 5 °C per i materiali di ricerca. L’attrezzatura comprende anche macchine per il vuoto per la preparazione di lattine sigillate ed ermetiche. Altre camere di conservazione con caratteristiche simili (più un’ulteriore sala di deumidificazione a 10-20 °C e 7-15% di umidità relativa) sono disponibili a Valenzano».
Deumidificati
Per la conservazione a medio termine i semi vengono deumidificati in camere di deumidificazione e poi conservati a 0 °C in buste di alluminio. Per la conservazione a lungo termine i semi vengono deumidificati e posti in barattoli di latta chiusi ermeticamente e sistemati nelle camere di conservazione a -20 °C.
«Tutto il materiale è allineato su scaffali etichettati all’interno delle camere refrigerate e gestito tramite servizi software avanzati. Su appositi registri segniamo la posizione di tutti i campioni nelle camere, in modo da esporre il personale tecnico addetto alla loro sistemazione o ricerca alle basse temperature il minor tempo possibile. Le moderne scaffalature mobili aiutano a reperire facilmente e tempestivamente l’accessione che interessa».
Rimesse in campo
Periodicamente le collezioni di semi conservate devono essere messe in campo. «Questa operazione è necessaria sia per aumentare la quantità di semi disponibili, quando il numero dei semi originari diminuisce a causa della loro distribuzione ad altri ricercatori, sia per ringiovanire e aumentare la loro capacità germinativa, se si valuta, con test di germinabilità, che stia invecchiando. Nell’ambito del progetto BiodiverSO, la moltiplicazione di parte del materiale reperito è stata affidata alla ditta Agrogreen Service di Altamura (Ba)».
Alla conservazione ex situ si accompagna quella in situ (on farm). L’attività consiste nella conservazione delle varietà orticole autoctone a rischio di erosione nel proprio ambiente (in situ), tramite la riproduzione e il loro mantenimento, in isolamento e in condizioni di massima purezza, ai soli fini conservativi. L’obiettivo è mantenere l’utilità attuale e potenziale delle risorse genetiche per soddisfare i bisogni delle future generazioni e tutelare i diritti degli agricoltori.
«Questa è la conservazione fatta dagli agricoltori custodi che conservano le risorse genetiche a rischio di erosione e scomparsa. Le varietà locali continuano lentamente la loro evoluzione, adattandosi ad esempio ai cambiamenti climatici in corso».
Oltre a essere raccolte, conservate ed eventualmente moltiplicate, le varietà locali recuperate con il progetto BiodiverSO sono state caratterizzate.
«La caratterizzazione morfologica, agronomico-produttiva e genetica, condotta secondo criteri e metodologie riconosciute a livello nazionale e internazionale, permette di differenziare le varietà orticole presenti sul territorio pugliese. In tal modo è possibile determinarne l’utilità potenziale e riconoscerle in maniera univoca, consentendo di attribuire la corretta rispondenza tra l’identità morfologica e/o genetica e lo specifico nome, evitando omonimie, sovrapposizioni e confusioni. L’attività comprende anche lo svolgimento di analisi di laboratorio per determinare le caratteristiche qualitativo-nutritive delle risorse vegetali oggetto di studio. Identificando le risorse genetiche per la loro unicità, tipicità e diversità genetica, è possibile promuovere e stabilire azioni di valorizzazione dei prodotti locali e tradizionali a salvaguardia del patrimonio genetico e delle aree territoriali che li detengono».
Per ciascuna risorsa genetica recuperata ed identificata come varietà locale o proposta tale, il progetto BiodiverSO ha previsto la redazione di una scheda descrittiva. «La preparazione di tali schede ha l’obiettivo di realizzare un sistema di identificazione, caratterizzazione e riconoscimento standardizzato delle risorse genetiche autoctone. Questo sistema rappresenta la sintesi del lavoro svolto nell’attività di caratterizzazione e costituisce un utile strumento di diffusione delle informazioni acquisite. Infine – conclude Gabriella Sonnante – tutti i risultati e le informazioni ottenute tramite ciascuna delle attività del progetto sono catalogati e tradotti nella realizzazione di inventari, database cartacei e informatizzati dei siti di prelievo e dei dati relativi alle risorse genetiche acquisite».n

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