L’innovazione in Toscana può risollevare il settore

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Ecco cosa è emerso dalla giornata di studio organizzata dalla Regione e dall’Accademia dei Georgofili per condividere i risultati dei progetti attualmente attivi sul territorio

In Toscana, l'innovazione può aiutare il settore ortofrutticolo a risollevarsi. In questa regione, infatti, l'ortofrutta incontra alcune difficoltà a inserirsi e affermarsi sui mercati nazionali e internazionali, più di altre filiere agroalimentari a elevato valore aggiunto. Le cause si possono ricercare nelle piccole dimensioni delle aziende, poste in terreni prevalentemente collinari e con basso livello di specializzazione, e nelle difficoltà logistiche, aggravate dalla scarsa conservabilità e trasportabilità del prodotto.

Per favorire la crescita e l’aggregazione di questo settore strategico, la Regione Toscana da diversi anni investe nell’innovazione, finanziando i progetti integrati di filiera nell’ambito della misura 16.2 dei Psr e favorendo la costituzione delle Op previste dall’articolo 152 del Reg. 1308/2013.

Si punta sui progetti duraturi

I progetti, alcuni dei quali già conclusisi negli anni scorsi, vedono in molti casi continuare la collaborazione tra i partner con l’applicazione delle innovazioni introdotte nelle aziende agricole.

«Il concetto che si fa sempre più strada è quello della durabilità, la capacità dei progetti di produrre risultati anche oltre il periodo di impegno derivato dall’aver avuto accesso ai finanziamenti» ha spiegato Fausta Fabbri del settore consulenza, formazione e innovazione della Regione Toscana, introducendo l’incontro digitale Innovazioni nelle filiere dell’ortofrutta tenutosi recentemente.

«In questo senso, la Regione ha da tempo avviato una riflessione sui casi d’uso, per amplificare quelle esperienze significative che si sono caratterizzate in modo particolare per i risultati e la capacità di incidere positivamente nel loro contesto produttivo».

Una filiera per il biologico

Il progetto 4Bio, realizzato nell’ambito della misura 16.2 del bando Pif 2015 e conclusosi nel 2017, è stato tra i primi a entrare nel repertorio dei casi d’uso come esempio virtuoso. Si è costruito intorno al concetto di coesione e innovazione tecnologica per la creazione della filiera dell’ortofrutta biologica toscana, per la quale la richiesta e l’interesse dei mercati sono elevati.

«Per sostenere la creazione della filiera del prodotto bio che nella nostra regione ancora mancava – ha raccontato Gianluigi Trama, presidente di Vivitoscano, la società di commercializzazione di ortofrutta biologica capofila del progetto – abbiamo cercato di coordinare attorno a un nuovo modello organizzativo tutte le realtà, dalle aziende agricole, a quelle commerciali e della logistica».

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Alvaro Crociani, Crpv

Il modello a servizio della filiera si è sviluppato attraverso una serie di attività di sperimentazione svolte dal Centro Avanzi dell’Università di Pisa e il Crpv di Cesena. Queste sono confluite poi su una piattaforma digitale informativa, a disposizione delle aziende della filiera.

Le attività, come ha spiegato Alvaro Crociani del Crpv, sono andate dalla messa punto di un sistema di monitoraggio, lo sviluppo dei protocolli colturali per 18 diverse specie, la verifica delle condizioni di conservazione e ottimizzazione della shelf life dei prodotti confezionati con diversi film plastici e, infine, l’analisi della fattibilità di due diverse situazioni logistiche, quella più prossimale dei mercati rionali, con l’uso di mezzi elettrici, e quella della via aerea per la distribuzione nei mercati internazionali, a maggior valore aggiunto.

Serre a basso impatto

Il progetto Pif Inn.O - INNovazione nell’Ortofrutta, con il coordinamento del capofila Tirrenofruit (società di commercializzazione dei prodotti ortofrutticoli e gestore del marchio Ori di Toscana in esclusiva per Conad), ha permesso di realizzare e validare un impianto pilota per la produzione di ortaggi in serra.

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Luca Incrocci, Università di Pisa

«L’obiettivo principale del mio gruppo di ricerca è stato quello di progettare una serra a basso impatto ambientale» ha spiegato Luca Incrocci, professore del Disaaa-a dell’Università di Pisa (partner scientifico del progetto) e membro del coordinamento scientifico di Colture Protette.

«Poi ci abbiamo inserito un impianto di produzione fuori suolo aeroponico per la produzione ottimizzata delle specie da foglia, che nel caso dell’azienda Parvus Flos di Radicondoli (Si) è stata destinato alla coltivazione del basilico».

Il progetto è partito dalla ristrutturazione di una serra preesistente già riscaldata con il calore geotermico da fonte rinnovabile presente nella zona. Vi sono stati installati dei ventilatori destratificatori, che hanno permesso il controllo delle condizioni più favorevoli allo sviluppo delle malattie fungine. Interventi che, insieme all’introduzione della lotta biologica, hanno portato a una riduzione del 50% degli input chimici utilizzati per la difesa.

«L’impianto aeroponico su bancali mobili inserito nelle serre prevede un sistema che nebulizza la soluzione nutritiva, formando un velo sempre aderente sulla superficie delle radici sospese nell’aria, massimizzando così le funzionalità dell’apparato radicale» ha spiegato ancora Incrocci. Ciò ha permesso, rispetto alla tradizionale coltivazione su substrato, di aumentare le rese mantenendo invariata la qualità del prodotto, oltre che l’efficienza d’uso dell’acqua.

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Impianto di produzione di basilico fuori suolo aeroponico presso l’azienda Parvus Flos di Radicondoli (Si)

Meno acqua per i meloni

Il problema della disponibilità di acque adatte all’irrigazione è particolarmente sentito nella fascia costiera e nella zona della Maremma. Qui l’assenza di invasi e corsi d’acqua importanti obbliga i produttori al prelievo dalle acque di falda. Ciò è aggravato dall’avanzamento del cuneo salino che riduce la disponibilità di terreni adatti alla coltivazione, oltre che incidere sulla qualità delle acque stesse.

Le sperimentazioni avviate da due Op, la cooperativa Terre dell’Etruria e la società agricola Bristol, in collaborazione con l’Università di Firenze, hanno lo scopo di individuare dei modelli per il calcolo dell’apporto irriguo e ottimizzare l’uso delle risorse idriche nella coltivazione rispettivamente del melone retato in pieno campo e del melone liscio Honeymoon in serra o tunnel.

«Lo scopo del progetto – ha spiegato Paolo Simonelli, responsabile commerciale della cooperativa Terre dell’Etruria – è quello di sostituire l’approccio sostanzialmente empirico degli agricoltori con un modello scientifico, razionale e basato sui dati. Vogliamo ridurre i volumi di acqua utilizzati, mantenendo le rese delle produzioni e migliorandone la qualità».

I primi risultati hanno sottolineato quanto sia necessario affrontare con la tecnica irrigua anche il problema della qualità delle acque. Un’acqua con conducibilità superiore a 0,75 µS, come hanno spiegato Marco Napoli e Ada Baldi dell’Università di Firenze, è sconsiglia per l’irrigazione delle colture in serra, dove l’assenza di precipitazioni impedisce il dilavamento dei sali. Ma in una situazione di scarsa piovosità, come quella della Maremma toscana, questo limite può essere considerato valido anche per le acque utilizzate in pieno campo.

Uno dei problemi evidenziati dalle analisi è legato proprio all’elevato contenuto salino delle acque e dei suoli. Ciò è accompagnato talvolta anche da contenuti elevati in sodio e in boro, sebbene il melone sia una coltura sufficientemente tollerante a questo elemento.

Un’irrigazione più sostenibile

Gennaro Giliberti del settore Promozione per le produzioni agricole ha spiegato che la Regione Toscana, oltre a favorire la creazione di Op, ha creato un tavolo per farle incontrare con le Università e le altre strutture dedite alla ricerca. «Il tema della gestione idrica è stato quello che ha accomunato la maggior parte delle Op, che hanno formulato la loro domanda di ricerca al mondo scientifico. Questo ha prontamente risposto con una serie di progetti su colture diverse».

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Giovanni Rallo

Il progetto sviluppato dalla Illuminati frutta s.c.r.l. si è concentrato sull’ottimizzazione dell’efficienza irrigua nel comprensorio servito dalla diga di Montedoglio (Ar) ed è stato realizzato con l’approccio di precisione della modellistica e della sensoristica avanzate del laboratorio AgrHysSMo dell’Università di Pisa.

«Studiare la catena dell’efficienza idrica, considerata come un indicatore distribuito, è importante perché permette di individuare gli anelli deboli del sistema e le fasi sulle quali è necessario agire per ottimizzare il risultato» ha concluso Giovanni Rallo dell’Università di Pisa.

L’innovazione in Toscana può risollevare il settore - Ultima modifica: 2020-12-07T07:25:59+01:00 da Lucia Berti

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