Film plastici, il ruolo del colore

film plastici
Per la solarizzazione si utilizza un film plastico trasparente con proprietà termiche e anticondensa che favorisce l’ingresso della radiazione solare nel terreno e inibisce il passaggio del calore riemesso dal terreno stesso dopo il tramonto.
Pasquale Mormile, ricercatore del CNR di Pozzuoli (Na), sintetizza le caratteristiche dei diversi colori innovativi presenti in commercio e a disposizione delle aziende

L’impiego del telo nero tradizionale è ormai in fase di superamento e gli imprenditori possono scegliere tra altre alternative maggiormente adatte alle specifiche situazioni.
«Il telo nero – spiega Pasquale Mormile, ricercatore presso l’Istituto di Scienze Applicate e Sistemi Intelligenti del CNR di Pozzuoli (Na) – quando è applicato nel periodo estivo, presenta alcuni inconvenienti legati al suo surriscaldamento che viene trasmesso alla parte superficiale del terreno coperto, favorendo stress termici alle piante, specialmente al momento del trapianto. Mentre i nuovi teli (film foto-riflettenti) consentono di tenere il terreno più fresco, perché parte della radiazione incidente viene riflessa. Il telo (normalmente di colore giallo, argentato o bianco), per effetto dell’elevata riflessione della radiazione incidente, si mantiene più fresco e questo favorisce il fenomeno della condensazione dell’acqua sotto il film stesso. Questo comportamento dei film foto-riflettenti garantisce, oltre all’effetto pacciamante, una condizione termica più favorevole e un notevole risparmio idrico, perché l’acqua, in virtù della condensazione, si mantiene per un tempo più a lungo a disposizione della pianta e non si perde per gravità».
I colorati
I film foto selettivi pacciamanti, spesso denominati “colorati” e utilizzati anche per la copertura (tunnellone, serra e tunnellino), hanno caratteristiche ottiche tali da poter riscaldare o raffreddare il terreno (a livello di apparato radicale) a seconda della tipologia.
«Il principio fisico è molto semplice ed è basato sul filtraggio della radiazione solare inteso come possibilità di trasmettere o riflettere le varie componenti elettromagnetiche che arrivano dal sole. Bisogna però porre molta attenzione nella scelta poiché in alcuni casi in commercio ci si può imbattere nella presenza di teli solo “colorati” che confondono gli acquirenti e rappresentano una mera speculazione economica».
Complessivamente sono presenti quattro diverse tipologie di teli di diverso colore: due adatti all’inverno e due all’estate, tutti in grado di bloccare il 96-97% del PAR e permeabili all’IR. Per quanto riguarda i teli invernali la scelta è tra quelli rossi e quelli marroni.
«Quello rosso – spiega Mormile – è particolarmente adatto ai trapianti invernali di pomodoro, mentre il “brown” è impiegato con successo in tutti gli altri trapianti invernali. Entrambi i teli, oltre all’effetto pacciamante, hanno caratteristiche ottiche che consentono il passaggio della componente IR della radiazione solare che riscalda il terreno. Il terreno caldo emette una radiazione nel medio-IR che viene bloccata dal telo (sia il brown che il rosso si comportano ugualmente), grazie sempre alle loro proprietà spettrali, “intrappolando” di fatto il calore nel terreno stesso. Questo meccanismo favorisce l’aumento di temperatura del terreno, evitando dannosi stress alle piante, causato da terreni freddi, specialmente all’atto dei trapianti invernali. Grazie a questa protezione si ha una migliore radicazione delle piante».
Altra soluzione per la pacciamatura è quella dei film biodegradabili.
«Si tratta di una realtà ben consolidata nel panorama dei film pacciamanti e il loro impiego si sta allargando di anno in anno, grazie anche a continui miglioramenti apportati e ai prezzi che tendono a diminuire grazie alla concorrenza che mancava in questo settore».
La solarizzazione
I film per solarizzazione, grazie a una competizione sempre più agguerrita, sono in continua evoluzione spostando l’attenzione, al di là delle temperature registrate nelle ventiquattro ore a varie profondità del suolo, sulla somma termica che ogni film può più o meno garantire. Vale a dire il totale di numero di ore, al di sopra di una certa temperatura, a cui si trova un determinato strato del terreno.
«Nel campo dei film barriera, impiegati per la fumigazione dei terreni – specifica Mormile – siamo passati dai VIF (virtually impermeable film) ai TIF (totally impermeabile film) di ultima generazione con un netto vantaggio soprattutto per l’impatto ambientale».
Tali film sono in grado di assicurare una ridotta permeabilità ai gas impiegati anche in condizioni di temperature di esercizio (>30 °C).
Prima del telo
Anche per la solarizzazione ci sono novità, legate anche all’applicazione di alcune sostanze al terreno prima di stendere il telo.
«La tecnica – spiega Mormile – consiste nell’irrorare sulla superficie del terreno un liquido biodegradabile a base di lignina o galattomannani o chitosano e loro miscele che veicola piccole quantità di carbon black che, polimerizzando, forma un sottile film continuo sulla superficie del terreno che agisce da collettore solare».
Su questo strato scuro è stato steso un film plastico trasparente con proprietà termiche e anticondensa.
«Il telo favorisce l’ingresso della radiazione solare nel terreno e inibisce il passaggio del calore riemesso dal terreno stesso dopo il tramonto».
La solarizzazione con “pannello solare” è stata ideata per aumentare il riscaldamento del suolo in termini di temperature raggiungibili e, di conseguenza, in termini di somme termiche critiche (numero di ore con temperatura> 37 °C) per la sopravvivenza di patogeni e semi delle infestanti.
«Sulla base di questo assunto, la solarizzazione viene condotta per 30 giorni al fine di essere più facilmente inseribile nei protocolli aziendali durante l’estate».
L’efficacia
L’efficacia delle solarizzazioni rispetto al terreno scoperto è del tutto evidente considerando le centinaia di ore utili conseguite dal trattamento termico.
«In particolare, se consideriamo le sommatorie al di sopra dei 37 °C realizzate nella variante galattomannani/Polysolar rispetto all’impiego del solo film in Polysolar, gli incrementi di ore utili sono del 19, 10 e 24% passando, rispettivamente, da 10 a 30 cm. Se il confronto è fatto con il film in polietilene (temperature rilevate solo a 20 cm), lo scarto di ore utili a favore del «pannello solare» diventa del 44%».
Al fine di collegare le somme termiche realizzate alle diverse profondità con la mortalità di patogeni fungini ottenibile, state condotte delle prove inoculando alcuni funghi fitopatogeni (Fusarium oxysporum f.sp. melonis, Sclerotinia sclerotiorum e Plectosphaerella cucumerina) nella parcella sottoposta a solarizzazione con il film Polysolar e su terreno non solarizzato.
«I dati di mortalità dei tre funghi hanno confermato l’efficacia del metodo applicato per soli 30 giorni. Le percentuali di mortalità sono state in media dell’87% a 10 cm, intorno al 76% a 20 cm e sono variate in funzione del fungo a 30 cm, con mortalità del 24, 67 e 77% rispettivamente per Plectosphaerella, Fusarium e Sclerotinia».

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome