Campagna di trasformazione 2011: obiettivo massimo di produzione a 5,2 milioni di tonnellate

Pomodoro, crollo dei contratti (19%)

Il tetto dovrebbe contribuire a sostenere i prezzi nella filiera – Aziende alla prova del decoupling

Scatta in questi giorni la campagna 2011 del pomodoro da industria, la prima in applicazione del nuovo regime di aiuti comunitari totalmente disaccoppiati dopo la riforma dell’Ocm avviata nel 2008. E il settore – 70mila ettari di superfici investite e oltre 5 milioni di tonnellate di prodotto trattato da circa 150 aziende di trasformazione, per un giro d’affari di 3,2 miliardi di euro – si presenta coeso per gli obiettivi di produzione, ma di fatto spaccato sul fronte interprofessionale.
Tra un accordo quadro sottoscritto al Nord ai primi di marzo e un «Codice etico » appena firmato al Sud. Ma comunque senza un Tavolo di confronto che – al momento – veda la presenza istituzionale della grande distribuzione a sancire il funzionamento di una vera e propria filiera.
Dopo l’avvio delle trattative, a novembre, e un braccio di ferro di alcuni mesi, a febbraio parte agricola e industriale hanno raggiunto un’intesa per il Nord Italia. Fissando un prezzo di riferimento di 88 euro a tonnellata, a fronte dei 70 euro della scorsa campagna, che naturalmente tiene conto della fine del periodo triennale che ha accompagnato il settore con aiuti accoppiati al 50 per cento. Un accordo al quale poi sono seguiti, come ogni anno, i contratti tra singole Organizzazioni di produttori, cooperative, aziende private e industrie di trasformazione.
Al Sud, il prezzo base di riferimento è stato fissato a 88,50 euro a tonnellata per le varietà tonde, e a 95 euro per le varietà lunghe. Anche se l’accordo quadro, poi, di fatto non è stato firmato per il veto posto da una minoranza di aziende di trasformazione.
Obiettivo comune per tutti, in ogni caso, la fissazione di tetti che evitino surplus produttivi, con conseguente caduta dei prezzi. In base alle ultime stime delle Unioni dei produttori, quest’anno la superficie investita a pomodoro in Italia dovrebbe attestarsi a circa 69.400 ettari, di cui quasi 38mila al Nord, 27.200 al Sud, 4.200 al Centro. I quantitativi contrattati sono pari, nel complesso, a poco più di 5,2 milioni di tonnellate: 2,7 al Nord, 2,2 al Sud, 326mila tonnellate al Centro.
Un crollo dei volumi contrattati del 19% rispetto al 2010, a livello nazionale, che per il direttore dell’Unaproa, Stefano Franzero, «va letto in positivo, perché significa che la filiera ha preso coscienza del fatto che un contenimento produttivo è nell’interesse di tutti».
«L’obiettivo – spiega il direttore di Uiapoa, Gianni Petrocchi – è non superare una produzione effettiva di 46-48 milioni di quintali, a fronte dei 52-53 lavorati nel 2010.
Al massimo, in corso d’opera, ci potranno essere fuori contratto 2-3mila ettari. E comunque quest’anno si andrà al libero mercato. Un aspetto per noi positivo, comunque, è che quest’anno quasi tutta la contrattazione è passata per il sistema organizzato ».
Per il presidente di Unacoa, Carmelo Vazzana, «questa campagna di trasformazione rimane carica di attese e di incognite allo stesso tempo. Se le rese produttive e le quotazioni di mercato non raggiungeranno i risultati attesi, numerose aziende agricole, tuttora in sofferenza per il pessimo andamento della campagna precedente, si verranno però a trovare in una situazione insostenibile. In ogni caso, a un primo bilancio provvisorio basato sui dati nazionali attualmente disponibili, non riscontriamo il paventato ridimensionamento delle superfici investite a coltura quale effetto più immediato del passaggio al disaccoppiamento totale degli aiuti comunitari ».
Dal fronte industriale, l’Aiipa rimanda qualunque valutazione a un prossimo Organismo interprofessionale di prodotto in corso di costituzione. Mentre Anicav, l’associazione che rappresenta le industrie del Centro-Sud, sottolinea l’impegno a mantenere un livello produttivo intorno a 24 milioni di quintali, in linea con le ultime campagne, e invita tutti alla prudenza. Anche se «le nostre imprese potrebbero produrre molto di più».

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